Memento MORI

resizeIl presidente della Commissione Parlamentare Antimafia Rosy Bindi (sì, proprio lei, che appena eletta disse: «Non sono un’esperta di antimafia, […] non ne ho mai fatta»), a chi le ha chiesto del  cosiddetto “Protocollo Farfalla”, ha asserito con estrema sicurezza che «non esiste nessun protocollo scritto». Poco importa se il suo vice Claudio Fava afferma da mesi esattamente il contrario.

Un accordo tra il dipartimento penitenziario e i servizi segreti per la gestione dei principali detenuti in regime di massima sicurezza, senza che rimanesse alcuna traccia nei registri carcerari, certamente ci è stato. Qualcuno lo riferisca alla Bindi, suggerendole magari anche che quel patto tra il Dap e il Sisde non soltanto è l’ennesima “anomalia” emersa dalle indagini sulla Trattativa, ma che è vergognoso che sia stato coperto da segreto di Stato.  Chi si vuole coprire?

Alle anomalie vanno poi aggiunte le “coincidenze”. Troppe persino per non capire che, chi sceglie di  trincerarsi dietro il segreto di Stato, finisce per coprire scellerate connivenze.  Come fece Giacinto Siciliano quando era direttore del carcere di Sulmona e insieme a lui Salvatore Leopardi, ex funzionario del Dap, e il colonnello del Sisde Pasquale Angelosanto. Poco meno di dieci anni fa il camorrista Antonio Cutolo espresse l’intenzione di collaborare con la giustizia a due ispettori della polizia penitenziaria. Ma delle dichiarazioni del neo pentito, che avrebbero peraltro aiutato nella cattura del boss latitante Edoardo Contini, non venne informata la Dda di Napoli. Se ne guardò bene dal farlo Siciliano, che pure aveva ricevuto la relazione dei due agenti. Informa però Leopardi che, a sua volta, non fa alcun cenno alla magistratura napoletana, ma ne parla con il colonnello Angelosanto.

Leopardi è oggi sostituto procuratore di Palermo e quando prestava servizio alla Procura di Caltanissetta chiese e ottenne l’archiviazione delle indagini a carico di Berlusconi e Dell’Utri, accusati di essere i mandanti occulti della strage di Capaci.

Angelosanto, uomo di fiducia di Mario Mori (ex direttore del Sisde imputato al processo sulla trattativa Stato-mafia), dal 2012 è vice Comandante del Raggruppamento Operativo Speciale, con sede in Roma. Protagonista in negativo di varie indagini: da quelle riguardanti Iniziativa Comunista, a quelle promosse nei confronti del superconsulente delle Procure Gioacchino Genchi.

Tuttavia è Siciliano a (dover) destare maggiore attenzione. Dal 2007 è il direttore del carcere milanese di Opera. Quello dove è rinchiuso al 41 bis, e intercettato dalla Dia di Palermo mentre lanciava ordini di morte per il pm Di Matteo, il boss di Cosa nostra Salvatore Riina. Nel 2010 il capomafia corleonese minacciò il presidente della Commissione Antimafia del Parlamento Europeo Sonia Alfano, che era andata a fare visita a lui, come agli altri detenuti al regime di carcere duro. In occasione di quell’incontro, come è fedelmente riportato nella relazione di servizio della Polizia penitenziaria, Riina “mostrava particolari apprezzamenti per il Direttore dottor Siciliano, rispetto al quale evidenziava che è il papà dei detenuti, ha precisato di aver conosciuto il padre (Vito Siciliano, ndr) che faceva lo stesso lavoro e che sicuramente gli ha insegnato il rispetto per i detenuti”. Frasi che alla stessa Alfano erano parse “eccessivamente lusinghiere”.

La domanda nasce spontanea (per la verità sono più di una): come può un personaggio del genere, accusato di aver depistato indagini, fatto sparire documenti e intrattenuto rapporti con il Sisde ai tempi in cui era diretto da Mori, dirigere il carcere dove è ristretto proprio Riina? Chi ha consentito che ciò accadesse?

Matilde Geraci

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