Morto Riccardo, il figlio di Guido Magherini, mito del calcio

Guido Magherini

Riccardo Magherini

Qual è il lutto più straziante, quello che non conosce rassegnazione? Come si fa a rispondere ad una domanda del genere, senza peccare di superficialità o scadere nella retorica? Bisogna semplicemente chinare il capo e affidarsi al Buon Dio, perché nella Fede chi soffre possa trovare un appiglio, una via d’uscita, uno sbocco verso la speranza.

Ma temo fortemente che queste siano solo belle parole, magari dettate dal cuore, ma sempre solo belle parole, perché quando ho appreso la notizia della tragica morte di Riccardo, il figlio ancora ragazzo di Guido, un mio “mito” calcistico, uno di quelli che avevo coltivato in gioventù, domenica dopo domenica, partita dopo partita, sono rimasto a leggere quelle scarne righe a occhi sbarrati e la testa che mi bruciava. “Povero Guido!… Povero Guido!…”, ripetevo fra me e me, come un disco rotto e senza muovere muscolo. Impietrito.

Non so quant’è durata questa mia catalessi, un minuto, due, dieci? Non ne ho idea. So solo che non facevo che leggere quelle sette righe d’agenzia e ripetere. “Povero Guido!…” Povero Guido!…”. Inebetito. Poi, siccome tutto passa (i francesi acutamente dicono: “tout passe, tout lasse, tout casse”) ad un certo punto mi sono scosso e ho cominciato ad usare la testa, che si era letteralmente bloccata, come si fosse d’improvviso staccato l’interruttore. Ed allora, solo allora, ho cominciato a capire tutta la portata del dramma che si era consumato, in quel di Firenze – o paraggi – dove viveva il giovane Riccardo Magherini, 40 anni, bello e biondo come un dio greco: una festa con gli amici, qualche bicchiere di troppo, un colpo secco e il cuore che fa tilt. In un attimo Riccardo non c’era più.

riccardo margherini

Guido Magherini

Riccardo, bello e biondo come Guido, suo padre, che negli anni settanta giocò per tre stagioni nel Palermo e lo faceva a modo suo, tutto estro e fantasia e non sapevi mai – quando cominciava la partita – se lui l’avrebbe giocata sul serio oppure no. Perché Guido Magherini era fatto così: per entrare in partita lui doveva sentire dentro la sua vocina speciale che gli diceva: “Dai, Guido, fagli  vedere quello che sai fare, non senti il pubblico che è tutto per te? Non vedi come ti acclama:  “Gui-do!…”Gui-do…?” . E allora lui scuoteva quella sua testa piena di riccioli biondi e alzava le braccia verso gli spalti: era come un segnale, perché subito dopo si faceva consegnare (è il termine esatto, l’unico che rende veramente l’idea) la palla dal compagno e partiva in dribbling e nessuno riusciva a fermarlo. Ma questo suo modo di giocare, araldico e sontuoso insieme, lui lo mostrava a sprazzi perché era fatto così,  croce e delizia dei tifosi, che lo adoravano e detestavano nello spazio di un paio di partite: tra quella giocata alla Magherini e l’altra (spesso, ahimè, le altre) giocata per forza, senza gioia, come un dovere, un  obbligo, una fatica da consumare il più presto possibile.

Ebbene, leggere una mattina qualunque di questo gelido inverno che un mio mito rosanero del suo calibro fosse stato colpito da una tragedia come la perdita di un figlio mi ha profondamente turbato, quasi come avessi subito io un torto immenso, difficile da perdonare. Perché? Perché Guido è una persona buona e generosa, un papà dolce e presente, uno che si commuoveva quando un tifoso rosanero chiamava l’ultimo figlio nato Guido come lui o Clementina, come sua moglie. Accadde nel ’77 a “Vicè u pazzu”, una leggenda del tifo curvaiolo dei tempi, quando il calcio era solo passione e i tifosi adoravano davvero i propri giocatori, a prescindere dal nome, ma solo perché indossavano la maglia e onoravano i loro colori. E Magherini era un beniamino, pur con la sua incostanza, o forse proprio per questo: si accendeva a intermittenza, ma quando lo faceva irradiava luce tutt’intorno e illuminava di passione tutto lo stadio. Che impazziva per lui. Come dopo un Palermo-Piacenza, finto 4-0 con una sua tripletta strepitosa, al volo dalla distanza, di fino dal limite dell’area e, perfino, dalla bandierina del corner. E destino volle che, proprio ala vigilia di quella partita Caterina, compagna e moglie tenerissima di Vicè u pazzu,  stesse mettendo al mondo il suo quarto figlio.  Vicè, la sera prima di quell’evento, quasi minacciò la moglie: “Sienti a mmia Catarina, un ti miettiri ‘ntiesta ca u fai nasciri rumani ch’è duminica e c’è a partita?”. Caterina, che aveva avvertito già le prime doglie, lo ascoltava paziente nel suo lettino d’ospedale: “Vabbè, un t’abbiliari, Vicè…Chi fa unn’u sacciu, ah, ca tu rumani a ghiri a partita?”. E l’indomani Vicè, infatti, era regolarmente al suo posto, nel cuore della curva Nord, tutto vestito di rosanero, mantello e cappello alla D’Artagnan, a dirigere il tifo, come ogni domenica, come ogni partita, alla “Favorita” o in trasferta.

Ma quella vigilia di Palermo-Piacenza successe qualcosa di  unico, come un segno del destino: “Sta nasciennu u me quartu figghiu – annunciò solennemente lui, appena messo piede nella sua solita postazione – ma iu ccà sugnu, picciutti: a organizzare u tifo ri tutt’u stadiu, picchì am’a vinciri!” (era un discorso di prammatica, che ripeteva tale e quale prima di ogni partita). Ma quel pomeriggio aggiunse:  “A me figgi, masculu o fimmina chi sarà, u chiamu comi a cu signa u primu gol po Paliemmu!”. E, come già spiegato, il primo ( e il terzo e il quarto) gol fu di Magherini e siccome la sua Caterina, quella stessa domenica e proprio durante la partita, mise al mondo una femminuccia , lui fu costretto a chiedere a Magherini come si chiamasse la moglie. E nell’apprendere che si chiamava Clementina, riferì poi agli amici Vicè: “Mi siccù u cuori: Crementina, ma chi minchia i nuomi è?”. Per poi mestamente aggiungere: “Ma  a prumissa è prumissa e iu sugnu Vicè u pazzu , no un fissa qualunque e perciò me figghia Crementina s’av’ a chiamari… Anche si sacciu già a guerra chi mi farà me mugghieri!”. Caterina infatti si ribellò come una belva e arrivò a minacciare il suo amato Vice che “Si a mè figghia, a chiami Creme… Cremen… unnu sacciu mancu riri, nnò me liettu un ticci fazzu avvicinari cchiù! Pi siempri!”. E, conoscendola, avrebbe mantenuto la promessa se qualcuno del clan di Vicè u pazzu non avesse avuto la geniale pensata di coinvolgere lo stesso Guido: “Solo tu puoi  rimettere la pace in famiglia”, gli disse e Guido non se lo fece ripetere due volte. E fu in quella circostanza che intuii che papà meraviglioso fosse, perché, per convincere Vicè, gli disse: “Clementina ed io siamo onorati, non immagini quanto,  ma penso che tua moglie abbia ragione:  nel nome di un figlio c’è parte del suo destino e se quello di mia moglie non piace alla tua, è giusto che tu la accontenti… La pace della famiglia e il futuro dei figli valgono più di ogni promessa!”.

E gli parlava mentre lo abbracciava, come si fa con un fratello. Per concludere così, con uno dei suoi “colpi vincenti”, quelli che lo avevano fatto diventare il beniamino della Curva: “Facciamo così, Vicè: chiama la tua bambina Letizia, come vuole tua moglie e, come secondo nome, Clementina, come vuoi tu: così saremo contenti tutti”. Posso solo immaginare, quindi, che strazio gli abbia inferto la tragedia del figlio, perché non c’è peggior lutto di quello che ti costringe a sopravvivere ai tuoi figli.

Benvenuto Caminiti

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