Sino al 26 maggio alla Cala le opere di 5 fotografi siciliani, le cui visioni sul sacro provano a “rumoreggiare” insieme

Francesco Seggio

“I cocchieri” di Francesco Seggio

C’è chi, come Francesco Seggio, si concentra sui volti per raccontare una storia attraverso le facce e le espressioni; o chi, per esempio Valentina La Duca, osserva l’individuo “scarnificato nei panni che indossa socialmente e che lo ingannano nella ricerca della perfetta armonia androginica, sogno di un’età perduta”.

Le immagini digitali di Peppe Denaro, invece, tentano di “riscrivere il nostro pianeta attraverso la combinazione di frammenti dell’arte e reperti di archeologia industriale”, mentre i “reperti” di Gae Milazzo sottolineano “quella che sembra essere la sua missione d’ artista, ovvero offrirsi come un’archeologa della modernità, che compie un lavoro di ricerca, ritrovamento, catalogazione e selezione di immagini, apponendo il filtro del suo sentire per dire qualcosa che alla fine riguarda tutti noi, il nostro modo di trasmettere il sapere e le informazioni, il nostro rapporto con la memoria e con l’arte come affermazione della nostra identità”.

Sono, questi, 4 dei fotografi che alle 18 di domani, venerdì 16 maggio, inaugureranno alla Real Fonderia della Cala la mostra dal titolo “Rumor idoli. La solitudine del sacro”.

A esporre, insieme a loro, sino a lunedì 26 maggio, ci sarà anche uno dei due curatori di questa collettiva, Benedetto Galifi, giovane artista palermitano per il quale la sinergia e la comunione di intenti conta più di tutto, andando oltre la vanità di esporre in solitudine, per il semplice fatto di avere uno spazio e tutta l’attenzione per se. Per lui, “l’homo faber – fabbro – utilizza i mezzi dell’artificio di cui dispone per inscenare il ‘doppio che gli cammina a fianco’ – il primordiale ‘sacer’ che lo abita interiormente – in un teatro en plein air che sfrutta la scenografia dell’architettura urbana”.

L'opera di Benedetto Galifi

“Fides” di Benedetto Galifi

A collaborare con Galifi alla cura e allestimento della mostra, mettendo insieme tutti i pezzi di un puzzle all’interno del quale ognuno gioca una sua parte che interagisce con il concetto di sacro secondo la propria visione del mondo, è Valentina Rametta, per la quale “auscultare il rumore degli idoli, il timbro di queste voci inudibili, come aveva scritto Aby Warburg, ma anche saper osservare la grana opaca delle immagini, significa poterle trasformare da sintomo in strumento di diagnosi in cui immaginare è conoscere rimontando i pezzi”.

Promossa dall’associazione “Futuro Sud”, in collaborazione con il Comune di Palermo e l’Ateneo palermitano, la mostra si potrà visitare tutti i giorni, tranne la domenica, dalle 9 alle 13 e dalle 15 alle 19.

All’inaugurazione di domani, oltre agli autori, saranno presenti la professoressa Noto, docente di Iconografia all’Università degli Studi di Palermo, il dott. Vincenzo Tiberio Mantia e Alessandro Reina, rispettivamente presidente e direttore artistico dell’associazione “Futuro Sud”, infine l’assessore comunale alla Cultura, Francesco Giambrone.

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