“Fuori dalla mia città? Mai, mi sentirei uno scarabocchio che cammina”. Salvo Piparo e il suo amore per Palermo, in scena con “Carion”

carion«Se tu a un picciutteddu ci vò spiegare nzocchè la “sbirritudine”…ce la spiegari c’un mantrinu… che fosse il manderino. Perché “u mantrinu è sbirro” …sbirro forte, dopo che te lo mangi, non lo puoi negare!».

E’ questa, secondo Salvo Piparo, la scuola della strada, la lezione che aspetta i bimbi di quartieri popolari come il Capo, Ballarò, l’Albergheria, insomma tutti quelli più dimenticati delle nostre città.

«Una lezione di vita importante, quella offerta dal capobastone – ci dice uno degli attori-cantastorie di più raffinata bravura, che tutto questo l’ha messo dentro il suo ultimo spettacolo, “Carion”, realizzato dall’associazione Culturale “Kleis” in collaborazione con gli Amici dei Musei Siciliani, in scena questa sera all’Oratorio di San Mercurio, dopo il debutto del 23 maggio, in occasione del 22° anniversario della strage di Capaci – , che preannuncia quella più importante, riguardante il concetto pieno di sbirro, che tocca tutti coloro i quali fanno parte dell’altra barricata. Una lezione di vita vera e propria, che ti indica chiaramente da che parte schierarti: con lo Stato o con l’anti-Stato. Palermo, in questo, detta legge, è bianca o nera; le sfumature ci sono, ma una mosca bianca non potrà mai sopravvivere nella parte più intimamente nera di questo tessuto, e viceversa. Chi è morto di stragi lo sapeva».

Un viaggio onirico, quello che Carion permette di compiere attraverso la maestria di un artista come Piparo, in scena con Costanza Licata (violino e voce) e Rosemary Enea (pianoforte), per vivere e far vivere un incantesimo che fa scaturire un percorso cucito sul tentativo di svegliarsi. L’invocazione a Sant’ Onofrio “pilusu” porta, però, al ritrovamento di un vecchio carillon degli anni ‘80, piccolo meccanismo dal suono magico, capace di aprire il lucernario dei ricordi e di scuotere le storie sotterrate di Palermo. Un percorso, che parte dagli anni ’80 per giungere sino al tragico 1992.

«Io negli anni ’80 avevo 7 anni, ero un picciriddo e me le ricordo queste speciali “lezioni” di quartiere. L’incantesimo di cui si parla è quello di Morfeo, il cui ruolo é fondamentale nella nostra cultura perché è la “sua” isola, gli appartiene. Forse è per questo che noi siciliani abbiamo il sangue “addummisciutu”; forse per questo mia madre, quando ero piccolo, mi diceva: “Salvuccio, ma t’hanno a sparari pi susiriti?”. Abbiamo troppe parole che ci inducono alla sparatina, alla coltellata; è un linguaggio che passa e si tramanda addirittura di madre in figlio».

Salvo Piparo

Salvo Piparo

Carion è, dunque, quel meccanismo che sta dentro ogni racconto, un vortice di musica, silenzi, fiati e sentimento di parola. La lingua di Palermo è la sua giostra, mentre colui che muove il braccio di questa scatola-narrativa è un girovago, un uomo indurito dal tempo, che ha per mantello una buccia dura che si apre al suono dei ricordi. Lo spettacolo è una ballata, un “cunto” concentrato su divertenti musiche e parole in disuso, custodi di una saggezza antica.

Lo spettacolo avviene al buio, per dare alle persone un ampio immaginario, nel quale sognare e ritrovare il gusto di ascoltare senza guardare, di essere loro i personaggi narrati. Un’esperienza unica, dove l’assenza di luce fa da elemento scenografico, l’udito diventa espressione del racconto, mentre la musica tappeto volante sul quale abbandonarsi alla fantasia. Gli attori, in mezzo alla gente, a caso, fanno sentire i racconti attraverso l’olfatto e l’udito, lasciando questa volta a occhi chiusi tutti i partecipanti. Il buio viene inteso anche in senso di lutto o come anticamera dell’ascolto. Più ci si sbalordisce più si cerca di aprire gli occhi, più si cerca di trovare un appiglio di luce più non lo si trova e ci si sente persi. Sarà anche la macchina del tempo, grazie alla quale arrivare al 1992.

Cosa succederà alla fine?

«Dopo il botto della strage del 23 maggio, il carillon cade e sembra essersi rotto ma, come accade sempre a questi meccanismi, lo si ritroverà improvvisamente funzionante, sbloccato, senza che la polvere l’abbia potuto sotterrare. Immaginate di ritrovare il carillon di quando eravate bambini. Tutto a un tratto, si accende e torna a emanare un barlume di luce. Questo succederà alla fine dello spettacolo, quando si rievocheranno tutti coloro i quali sono passati a miglior vita, narrati in maniera ironica, perché qualcuno è morto mangiando, qualcuno bevendo, qualcuno di lupara bianca. I racconti sono quelli fatti in una taverna, da un “polliere vastaso” che ti rimaneggia e ti romanza un omicidio di mafia. Dissacrati dal fatto che, una volta riaccese le luci, i personaggi cominciano a girare, vivi e pulsanti, come in una giostra, e noi, presenti con e in mezzo a loro».

piparoooUn messaggio assolutamente positivo, quello lanciato dal tuo spettacolo. Presentato in una città come Palermo, da cui in molti scappano per portare la propria arte altrove. Tu non hai questo desiderio, questa esigenza?

«Innanzitutto è motivo di grande orgoglio potere raccontare la storia di Palermo, città che ho sempre visto e considerato come centro del mondo. Il mio problema è che non mi sono mai voluto allontanare dalla mia città perché, tutte le volte che è successo, mi sono sentito spiazzato, mi è mancata l’aria. Non riesco a fare neanche un passo fuori. Vedo tanti amici che partono, girano il mondo e, quando tornano, per esempio, mi vogliono raccontare di realtà come Tel Aviv. Ma, dico io, Tel Aviv l’abbiamo qui da noi, perché andare lontano? Ovunque mi sentirei uno scarabocchio che cammina».

E poi, quella di Palermo è un’avventura infinita che non si finisce mai di raccontare.

«Ci avete mai pensato alle storie dei pianerottoli palermitani? Ognuno ne ha una da narrare, che non credo sia la stessa o minimamente si avvicina a quelle dei condomini della Valsugana. Qualche giorno fa ho avuto a che dire con la mia dirimpettaia, arrivando a un piccolo diverbio. Nulla di che, ma significativo. Stavo facendo pitturare la scala perché non ci si metteva d’accordo e avevo esigenza di vederla più pulita. E’ arrivata la mia vicina e mi ha chiesto se potevo farla di un altro colore. Le ho detto che non le avevo chiesto nulla e che, quindi, mi sembrava giusto che decidessi io. Lo sapete come se n’è uscita? “Tu hai ragione – ha affermato – ma io torto certo non ho”. Ecco, il palermitano. Cade sempre in piedi, nulla da fare. La sua é una filosofia, ora romantica ora naif, che mi convince sempre di più che non riuscirei mai a vivere altrove».

Gilda Sciortino

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