Alla Lungaro la deposizione delle corone dedicate alle vittime del 19 luglio. Tina Montinaro: “Cerimonia per pochi”

scorta_borsellinoToccante lo è stata perché é inevitabile che succeda quando si ricordano i propri cari scomparsi; ancora di più nel momento in cui si parla di colleghi e familiari, rimasti uccisi nell’esercizio del loro dovere.

E come volevasi dimostrare, anche questo 19 luglio sta trascorrendo con un pizzico di distacco da parte di chi partecipa alle iniziative e cerimonie istituzionali, dove si mette in scena la solita passerella per dare modo alle più diverse cariche istituzionali e dello Stato di “far vedere” che ci sono anche loro: dal Capo della Polizia, il Prefetto Alessandro Pansa, giunto insieme all’ex Questore di Palermo, oggi direttore del Centro Nazionale Anticrimine, Nicola Zito, al primo cittadino, Leoluca Orlando; dal Prefetto di Palermo, Maria Cannizzo, al Procuratore Capo di Palermo, Francesco Messineo; dal Commissario straordinario della Provincia, Domenico Tucci, al presidente del Tribunale di Palermo, Leonardo Guarnotta.

Senza dimenticare tutte le più alte cariche della Guardia di Finanza e dei Carabinieri. Attorno a loro, quasi in tono minore, molti familiari di chi, quel dannato 19 luglio di 22 anni fa, lasciava la propria casa per prendere servizio e proteggere, senza se e ma, il giudice Paolo Borsellino: Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Vincenzo Li Muli, Emanuela Loi e Claudio Traina.

Presente, per esempio, Manfredi Borsellino, oggi capo del Commissariato di Cefalù, che ieri, in occasione della cerimonia, organizzata dall’Anm nell’aula magna del Tribunale di Palermo, ha ricordato il padre con il solito sorriso, sottolineando che “in famiglia se ne parla sempre come se fosse ancora vivo”.

Difficile strappargli qualche dichiarazione in più, schivo e riservato com’è da sempre per carattere.

«Già in quell’occasione mi è costata enorme fatica parlare – dice solamente -, così vorrei evitare di aggiungere altro. Desidero solamente vivere questo momento e poi raggiungere le mie figlie, che mi aspettano a casa. Anche per loro è una giornata difficile».

Doveva, quindi, essere naturale che proprio Manfredi venisse invitato a entrare per deporre, insieme agli altri, le quattro corone – una donata dal Presidente della Repubblica, una dal Capo della Polizia, la terza dal Siulp e la quarta dal Siap -, poste davanti la lapide che, all’Ufficio scorte di Palermo, ricorda le 6 vittime di quel dannato 19 luglio;mentre invece, chissà per quale recondito motivo, ha atteso fuori che la cerimonia finisse e che tutti si spostassero nella vicina cappella per la funzione religiosa.

«Magari si è pensato fosse normale per noi comuni cittadini – commenta Tina Montinaro, la vedova di Antonio, l’agente di polizia che il 23 maggio del ’92 era il caposcorta di Giovanni Falcone – ma non chiamare Manfredi mi è sembrata una vera e propria scortesia. Questa insieme alle altre. Come al solito, ci ritroviamo a dire che le cose dovrebbero cambiare, senza che succeda veramente qualcosa».

Ci teneva a esserci oggi, mancando da tantissimi anni, Tina Montinaro, la cui presenza diventa spunto anche per qualche nota polemica.

«In questo 22° anniversario ho ricordato Antonio e i suoi colleghi Vito Schifani e Rocco DiCillo a Peschiera del Garda, soprattutto perché il Presidente Crocetta fa ancora orecchie da mercante rispetto alla mia richiesta di istituire il Guardino della Memoria sul luogo della strage. Abbiamo tutte le autorizzazioni, ma niente. La scusa che si accampa è che il Comune è stato sciolto per infiltrazioni mafiose, ma credo che, proprio in casi del genere, lo Stato debba fare sentire tutta la sua autorevolezza. Mi ritengo indignata e, allo stesso modo, si dovrebbero sentire i palermitani perché le stragi appartengono a tutti noi. Cosa è cambiato in questi 22 anni? Direi poco e nulla ma, anche se penso che qualcuno dovrebbe indossare una maschera per la vergogna, sono convinta che dobbiamo continuare a fare di tutto affinché la verità venga fuori. Conosco tanta gente che lo fa e che mi da la forza per andare avanti».

Gilda Sciortino

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