Don Meli, da Palermo a Castelvetrano: un ex salesiano sempre in prima linea

Don Baldassare Meli

Don Baldassare Meli

Sono trascorsi 11 anni da quando venne allontanato dalla sua amata Santa Chiara, nonostante abbia svelato una realtà fatta di orchi e orchesse, di squallore e di terrore, facendo in modo che all’Albergheria prendesse corpo una colossale operazione finalizzata all’arresto di un enorme giro di pedofili, al quale appartenevano anche gli stessi familiari delle piccole vittime.

Insieme a lui, in una battaglia il cui esito è stato il suo allontanamento da Palermo e la successiva “cacciata” dai salesiani, don Roberto Dominici, deciso anche lui a “salvare” quei bambini che con loro crescevano, purtroppo molto spesso nell’indifferenza più assoluta degli stessi familiari. Oggi Don Baldassare Meli è a Castelvetrano e opera nella parrocchia di “Santa Lucia”, nel quartiere Belvedere.

«Una realtà altrettanto difficile – spiega l’ex salesiano con qualche capello in più ma con lo stesso sorriso che lo ha sempre contraddistinto, soprattutto quando accoglieva quella prima ondata di stranieri che non giungeva da noi sui barconi e non era certamente vista con l’insofferenza di oggi –, ma che allo stesso modo mi dà tanta energia. In questi giorni siamo stati, io e i ragazzi della mia parrocchia, ospiti delle suore di Maria Bambina allo Zen, e l’ultima tappa l’abbiamo voluta fare in via D’Amelio».

Ed è, infatti, proprio sul luogo della strage, nel giorno del 22° anniversario, che è stato possibile incontrarlo, tra tanta gente che ascoltava Nino Di Matteo e le testimonianze toccanti dei familiari delle vittime, pronto anche lui a ricordare quel tragico 1992.

«Come tutti i palermitani, ricordo molto bene dove mi trovavo in entrambe le occasioni. Il 23 maggio ero ad Aragona per la processione della Madonna dell’Itria. Tornato a casa, mi dissero quello che era successo, avendone subito dopo conferma dal telegiornale che in quel momento stava faceva la cronaca degli eventi. Il 19 luglio, invece, mi trovavo nell’atrio di Santa Chiara, quando sentii un enorme boato. Subito il mio pensiero andò a Paolo Borsellino perché la settimana prima lo avevo ascoltato nella Biblioteca Comunale di Casa Professa. Era la famosa sera in cui disse che sapeva che ora toccava a lui. La cosa meravigliosa è stata la testimonianza di quest’uomo: nonostante fosse consapevole che era fortemente a rischio ha continuato il suo lavoro, solamente cercando di accelerare i tempi per farcela».

Ma che insegnamento, secondo te, ci hanno lasciato?

«Giovanni, Paolo e tutti coloro i quali hanno sacrificato la loro vita per la giustizia e la verità ci lasciano un insegnamento che dobbiamo acquisire e vivere nel quotidano, non solo nelle commemorazioni. Certo da allora anche la mia vita è cambiata: sono stato per quasi un anno a Tindari, poi mi hanno mandato a Castelvetrano, in una zona un po’ critica della città, dove le problematiche sono molti simili a quelle di Palermo. Nonostante io sia lontano, in un osservatorio diverso solo in apparenza, vedo che in questi 22 anni alcune realtà si sono mosse, e questo mi fa piacere. Credo, però, che ci sia stata e che forse c’è ancora una specie di assuefazione a questa abitudine di accontentarsi delle mezze verità o di accettare gli accomodamenti perché certi personaggi non si possono toccare. Questo non va bene, fa molto male, mi rende triste perché è chiaro che non ci possono e non ci devono essere persone che vanno cautelate, mentre altre possono essere esposte senza problemi».

Il fatto che tu sia stato allontanato dal tuo stesso ordine, fa pensare che dalla Chiesa non giungano ancora quei segnali forti, necessari per scardinare certi meccanismi.

«Nonostante il fatto che sappia chiaramente che non sono ben accetto a Santa Chiara, come in molti altri luoghi di questa città, tuttavia sono felice. Perché? Ma perché le scelte che ho fatto e che sono state considerate frutto di pazzia, le vedo fare anche a un altro pazzo che porta il nome di Papa Francesco. Mi sento confermato dalle parole e dalle scelte concrete che lui realizza. Mi dico, quindi, che forse proprio folle non ero, così vado avanti, sereno e fiducioso».

Gilda Sciortino

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