Il giudice che del ragazzino mantenne sempre il candore. A 24 anni dalla sua morte, il ricordo di Rosario Livatino

Il giudice Livatino da piccolo

Il giudice Livatino da piccolo

Per i più è e sarà sempre il “giudice ragazzino”, dal titolo dell’omonimo film del ’93 di Alessandro Di Robilant, interpretato da Giulio Scarpati, che neanche piacque tanto alla stessa famiglia per la sua poca aderenza con la personalità di un uomo che lasciò una grande testimonianza di umiltà e umanità a quanti ebbero la fortuna di conoscerlo.

Una carriera fulminante, la sua, durante la quale ricoprì con eguale, impareggiabile professionalità funzioni requirenti e giudicanti. Fu, però, anche una vita troppo breve, quella che toccò in sorte a Rosario Livatino che non ebbe il tempo, ma forse neanche lo voleva veramente, di crearsi una famiglia tutta sua, coronando un sogno d’amore che andò per tanti motivi infranto.

Aveva solo 37 anni, il giudice Livatino, quando venne ucciso. Ne avrebbe, infatti, compiuti 38 neanche 15 giorni dopo, esattamente il 3 ottobre, quando quel tragico 21 settembre del 1990 venne barbaramente assassinato in un agguato mafioso, sul viadotto Gasena, lungo la SS 640 Agrigento-Caltanissetta, mentre – senza scorta e con la sua Ford Fiesta bordeaux – si recava in Tribunale.

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E’ grazie a Pietro Ivano Nava, il famoso supertestimone, che si arriva all’individuazione del commando esecutore del truce assassinio, consentendo di condannare all’ergastolo gli stiddari Antonio Callea, Salvatore Calafato, Salvatore Parla e Giuseppe Montanti, accusati di essere i mandanti dell’omicidio del giudice Rosario Livatino, oltre ovviamente a Giovanni Avarello, Gaetano Puzzangaro, Paolo Amico e Domenico Pace. Tredici anni sono stati, invece, dati ai collaboratori Giovanni Calafato e Giuseppe Croce Benvenuto.

Veramente complicati gli anni in cui la vicenda umana di Rosario Livatino si consuma. Fortunatamente per lui, però, in questo suo percorso, ci sarà il profondo credo religioso che lo accompagnerà in ogni più piccola azione quotidiana. Quella stessa fede che ha favorito l’avvio del processo di canonizzazione, aiutato anche dal “miracolo” che vede come protagonista Elena Valdetara, “una bresciana affetta dal Morbo di Hodgkin che, intorno al ’93, quindi ben 3 anni dopo il suo assassinio, sogna Rosario in abiti sacerdotali, che le preannuncia che sarebbe guarita e che avrebbe celebrato i 25 anni di matrimonio”.

Oggi la donna conduce “in piena salute” una vita del tutto normale. La vicenda viene messa in relazione con Rosario perché “un giorno, la Valdetara vide per caso l’inserto del Corriere della Sera, in cui si parlava del giudice Livatino, e, nella sua foto, riconobbe l’uomo che le era apparso in sogno”. Ecco, dunque, il “miracolo”.

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Questo fondamentale aspetto della vita di Livatino è raccontato anche attraverso le sue agendine, quelle su cui segnava ogni più piccolo particolare sui successi e le delusioni professionali, ma anche e soprattutto sulle vicende personali, tra le quali un posto in prima fila occupano sempre i genitori, che in lui riponevano tutte le loro aspettative. Le famose tre lettere, S.T.D., che campeggiano all’inizio di ogni agendina, sintetizzano il suo pensiero e il suo modo di intendere sempre la vita: “Sotto la Protezione del Signore”.

Quei 38 anni, non ci sono dubbi, Livatino li avrebbe festeggiati con i suoi genitori – il papà Vincenzo e la mamma, Rosalia Corbo – magari andando a mangiare in uno dei suoi ristoranti preferiti, il Villa Athena, l’Amadeus o il Kalòs, per citarne alcuni, come era solito fare in occasione degli anniversari di matrimonio dei suoi o per altri eventi, che per lui meritavano di essere vissuti e ricordati. Soprattutto se si potevano condividere con gli affetti più cari. Ai quali è stato brutalmente strappato in un’ancora calda giornata estiva, nonostante da poche ore avesse fatto ufficialmente capolino il nuovo autunno.

Giovane, Rosario, lo era sicuramente, ma solo anagraficamente, considerato il suo alto profilo umano e professionale, paragonabile solo a chi ha navigato i molti mari della vita, purtroppo non noto a chi della difficoltà di operare nella realtà agrigentina di quegli anni non aveva la minima idea. E fu in prima battuta ritenuto tra questi l’allora Presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, quando esordì infelicemente, ritenendo impossibile che «un ragazzino, solo perché ha fatto il concorso di diritto romano, sia in grado di condurre indagini complesse contro la mafia e il traffico di droga».

Francesco Cossiga

Francesco Cossiga

«A questo ragazzino – ebbe a tuonare – io non affiderei nemmeno l’amministrazione di una casa terrena, come si dice in Sardegna, una casa a un piano con una sola finestra, che è anche la porta». Esternazioni senza ombra di dubbio infelici, per le quali viene ricordato ancora oggi. Ovviamente travisate, viste come un’assoluta mancanza di delicatezza, tanto che Cossiga ritenne necessario scrivere ai genitori del giudice una lettera aperta per scusarsi di affermazioni così dure.

Giudice ragazzino. Così l’Italia lo ricorda grazie al film che narra la storia di un uomo che, nonostante non abbia nulla di cinematografico, è sempre stata caratterizzata da un’eccezionale normalità che lo contraddistinguerà come eroe, ebbene sì un eroe, ma della normalità. Che, se ci pensiamo bene, è una contraddizione in termini perché eroi, per esempio nell’antica Grecia, erano coloro i quali venivano creduti discendenti da un essere umano e da una divinità e assurgevano a grande celebrità per forza prodigiosa e imprese illustri. Semidei, dotati di poteri e di una forza eccezionali ai quali, dopo la morte, venivano prestati onori divini. Potremmo prendere ad esempio Achille. in quanto racchiudeva in sé tutto questo: bellezza, forza, potenza.

Rosario Livatino

Il Giudice Rosario Livatino

L’eccezionalità di cui parliamo nel caso della nostra storia, è quella rappresentata dal rispetto per il prossimo, dall’integerrimità, dal senso del dovere, ma più fondamentalmente da quel senso di giustizia, praticato ogni giorno, ogni momento, che diventa, appunto, eccezionalità quanto tutte queste virtù sbocciano e si vanno sempre più ramificando in un unico individuo, trasformandolo in un vero e proprio roseto di purezza morale, sempre in piena fioritura.

Eccezionalmente normale, dunque, la sua vita sin da piccolo, “protetto” nei confronti del mondo dai suoi genitori che, mettendogli Angelo come secondo nome, non solo dichiararono al mondo che non ci sarebbe stato posto per nessun altro figlio, ma paradossalmente gli diedero un biglietto di prima classe per varcare la soglia celeste. Sicuramente, però, dopo la sua morte, si saranno chiesti cosa sarebbe stata la loro vita se avessero avuto la spalla di un altro figlio a sostenerli e su cui piangere, potendo in tal modo continuare a trasmettere tutto quell’amore che ancora avevano in serbo per il loro amato figliolo.

Aveva avuto un’educazione parecchio rigida, la madre di Rosario, quella Rosalia Corbo le cui mani Papa Giovanni Paolo II tenne per diversi minuti dentro le sue, leggendo il profondo dolore che albergava nel suo animo, il giorno in cui venne ad Agrigento per incontrare i fedeli nella Valle dei Templi.

mafia-wojtylaGiornata che tutto il mondo ricorda. Un 9 maggio del 1993 di fuoco, memorabile, non solo perché Karol Wojtyła definì Rosario un “martire della giustizia e indirettamente della fede”, ma anche per il famoso anatema fuori programma scagliato contro la mafia, in cui invitava gli uomini che vi militano a cambiare vita: «Lo dico ai responsabili: convertitevi! Una volta, un giorno, verrà il giudizio di Dio!». Appello al quale ovviamente nessun affiliato a cosa nostra dichiarò mai di aderire.

Un uomo d’altri tempi, nella vita professionale e, non stupisce affatto, anche in quella personale. Con tutto un mondo interiore che emerge con forza nelle agendine, quelle che tanto fecero discutere chi, all’inizio, non riuscì a decifrare quelle tre semplici lettere, “S.T.D.”, svettanti all’inizio di ognuna.

Purtroppo l’omicidio di Livatino non venne preceduto da segnali che mettessero in guardia. Col senno del poi, ad avvertire potevano essere i processi imbastiti e le tante indagini portate avanti, anche quelle in corso. Erano anche gli anni in cui, grazie alla legge Rognoni-La Torre, giunta nel 1983, si cominciavano a colpire determinati soggetti applicando la confisca dei beni ai mafiosi. Uno strumento che tornerà utile sempre per dare un vero colpo alla base di Cosa nostra.

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Foto di Shobha

Ancora oggi Rosario è un esempio ed è questa la sua grandezza: il fatto che in questa normalità tutti vedano come deve essere il magistrato e come l’uomo. Solitamente l’esempio è costituito da qualcuno che ha realizzato cose che altri non hanno fatto. Qui, invece, abbiamo un magistrato che lavorava in serenità, in maniera indefessa, in trasparenza, senza clamori. Che lavorava.

«Ne rammento l’intelligenza vivida, il carattere dolce e schivo, la diligenza – racconta il Procuratore della Repubblica di Agrigento, Renato Di Natale -, che si manifestavano con l’attento studio dei fascicoli assegnatigli, l’operosità. Nel corso della sua seppur breve carriera nell’esercizio delle funzioni requirenti presso la Procura di Agrigento dimostrò di essere, oltre che dotato di non comune preparazione, un accusatore equilibrato e diligente convinto di sostenere l’accusa, non esclusivamente in ragione del ruolo che ricopriva ma solo perché il compendio degli elementi probatori lo consentivano. Pretendeva anche il rispetto assoluto del segreto istruttorio e lo difendeva affermando che il magistrato deve parlare solo nelle forme che la legge gli assegna: con la requisitoria, con la motivazione del provvedimento, con la sentenza. Se fosse ancora in vita censurerebbe aspramente le esternazioni di taluni colleghi».

Un modello per molti dunque, del quale è convinto anche il Procuratore della repubblica di Sassari, Roberto Sajeva, che con lui lavorò a stretto contatto: «Livatino può esser senza dubbio un modello positivo di magistrato che mantiene la schiena dritta, da proporre sicuramente come esempio per i nuovi magistrati. E a chi chiede se una vita umana vale tutto quello per cui si lotta, rispondo che bisognerebbe vivere in un Paese non è dato mettere in conto di morire per fare il proprio dovere».

Oggi, dunque, ricorre il 24° anniversario della sua morte e da qualche giorno, nella provincia di Agrigento, lo si sta ricordando.

th (1)A Brolo, per esempio, questo pomeriggio, l’Associazione di Cultura e Solidarietà “Raggio di Sole” ha organizzato un convegno dal titolo “Rosario Livatino: liberi di scegliere per una condizione di giustizia assoluta”, patrocinato dall’Associazione Nazionale Carabinieri – Sez. di Capo d’Orlando, dal Movimento Nuova Presenza “Giorgio La Pira” di Messina e dal Gruppo Scout A.G.E.S.C.I. di Sant’Agata Militello. I lavori avranno inizio alle 16.30 nell’Auditorium “Nino Milone” e saranno impreziositi dagli interventi di Angelo Cavallo, della DDA di Messina, e di Don Terenzio Pastore, presidente di Addiopizzo Messina. Modererà Manuela Varrica. Con l’occasione verranno premiati gli studenti delle Scuole Secondarie Superiori che hanno partecipato con un elaborato alla seconda edizione del Premio Letterario ”Legalità è… libertà”. Previsti anche riconoscimenti per i vincitori della terza edizione del Premio”Testimoni di legalità” e del Premio “Raggio di Sole 2014”. Alla fine dell’incontro, un corteo raggiungerà la piazza dove si trova la stele posta a ricordo del sacrificio del giudice.

E’, invece, una vera e propria “Settimana della Legalità”, dedicata ai giudici Livatino e Saetta, quest’ultimo ucciso il 25 settembre dell’88 insieme al figlio Stefano, quella che terrà banco a Canicattì sino ai primi di ottobre. A organizzarla sono le associazioni “Tecnopolis”, “Amici del Giudice Rosario Livatino” e “Postulazione causa diocesana di Canonizzazione Rosario Livatino” con l’adesione del Presidente della Repubblica e il patrocinio del Presidente della Camera dei Deputati.

Da sinistra: Il Giudice Antonino Saetta e il figlio Stefano

Da sinistra: Il Giudice Antonino Saetta e il figlio Stefano

Alle 10 di oggi, nella chiesa di San Domenico, sarà celebrata una messa, alla fine della quale ci si ritroverà al cippo funebre, posto sul luogo in cui avvenne l’omicidio, sulla Statale 640 dell’Agrigento-Caltanissetta, per il dovuto omaggio floreale. Alle 18 nell’ Auditorium “Santa Chiara” di Racalmuto, l’associazione “Insieme per il bene comune” proporrà “Un cineforum per Livatino” con la proiezione guidata del film “Il Giudice ragazzino”, alla quale prenderanno parte Riccardo La Vecchia, presidente di “Tecnopolis”, e Vincenzo Gallo, delegato delle relazioni esterne della stessa associazione.

La giornata di domani, lunedì 22 settembre, si aprirà alle 8.30 con l’iniziativa “I madonnari della legalità. Gli studenti disegnano i loro valori”, a cura dell’Istituto Comprensivo “Verga”. Alle 10 al Teatro Sociale, in via Capitano Ippolito, invece, si svolgerà un convegno sulla corruzione, promosso dalla locale amministrazione comunale. Le iniziative di questa speciale settimana proseguiranno cedendo il passo, giovedì prossimo, al ricordo del giudice Antonio Saetta, ucciso dalla mafia insieme al figlio Stefano il 25 settembre di 26 anni fa sullo stesso tratto di autostrada, di ritorno a Palermo, dopo avere assistito, a Canicattì, al battesimo di un nipotino.

Alle 10.45 al Cimitero comunale di Canicattì verrà deposta una corona di fiori sulla tomba di entrambi, mentre alle 19 si terrà una funzione religiosa in memoria di entrambi nella chiesa di San Francesco”, sempre a Canicattì.

Il 26 e 27 settembre, ad Agrigento, si svolgerà il corso di formazione decentrata del CSM, dal titolo “Le misure di prevenzione e gli strumenti di aggressione ai patrimoni criminali nel diritto interno e nel diritto europeo”, dedicato alla memoria di Rosario Livatino, organizzato dalla struttura territoriale dell’ANM Palermo, in collaborazione con l’ANM di Caltanissetta.

Infine, alle 17.30 di venerdì 3 ottobre, nell’Auditorium Cannizzaro dell’Università degli Studi di Messina, saranno consegnati i riconoscimenti “Pro Bono Justitiae” e “Pro Bono Veritatis”, alla memoria del Giudice Rosario Livatino, a cura del Movimento Nuova Presenza “Giorgio La Pira”.

img16421 settembre 1990: un giorno drammaticamente memorabile per molti. Il giudice Livatino avrebbe dovuto ancora andare in ferie, e godersi gli scampoli di sole e di caldo che solitamente in Sicilia sono sempre molto generosi e regalano giornate gioiose ai suoi abitanti, ma anche a chi sceglie questa terra per trascorrere brevi o meno brevi periodi di vacanze. Quel giorno, però, la quiete mattutina venne squarciata dai colpi di pistola che i killer spararono contro di lui, riversando sul suo corpo tutta la ferocia che poterono. Come se avesse fatto loro uno “sgarro personale”.

La più semplice domanda che si possa fare a un altro essere umano, «Ma che cosa vi ho fatto?», avrebbe dovuto fermare la loro mano e far prendere loro un’altra strada. Ovviamente non stiamo parlando di “esseri umani”, quindi questo ragionamento non può che decadere automaticamente. La notizia dell’efferato delitto corse veloce attraverso i media, raggelando quanti non si sarebbero mai aspettati che questo accadesse proprio a lui. Si, proprio a Rosario, scrigno di tutti i più puri valori morali e spirituali.

Gilda Sciortino

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