Un altro eroe italiano dimenticato nella terra in cui ha sacrificato la sua vita

a zona interdetta dove ha sede la tomba di Montinaro

La zona interdetta dove ha sede la tomba di Montinaro

Addolora venire a sapere che c’è chi, soprattutto nella nostra terra, dimentica quanti hanno sacrificato la loro vita per un ideale più alto, per difendere i valori della giustizia, della democrazia, della legalità, per fare in modo che le cose possano cambiare.

Addolora, però, ancora di più accorgersi che a passare sopra a tutto questo sono gli stessi familiari, coloro che dovrebbero custodire gelosamente e trasmettere tenacemente il ricordo dei loro cari, per fare in modo che le future generazioni, quanti negli anni di maggiore recrudescenza del fenomeno mafioso, tutti coloro i quali in quel tragico e maledetto 1992 non si erano ancora affacciati al mondo, possano sapere cosa ha voluto dire per il nostro paese perdere questi eroi.

Come ben dice Linda Grasso, attivista di diverse realtà della società civile tra cui “Scorta Civica” e “Agende Rosse”, il cui valore aggiunto è quello di essere una semplice cittadina che crede che le cose possano cambiare, che si possa tornare a respirare quel “fresco profumo di libertà” che tutti ci meritiamo e che, per farlo, basta la volontà e l’esempio. E’ attraverso lei che raccontiamo è un piccolo pezzo della storia di un protagonista di quel maledetto 23 maggio del 1992, passato alla storia come il giorno della “strage di Capaci”.

«Nel carme “ I Sepolcri”, Ugo Foscolo spiega che la tomba non è per il morto, poichè quando questo muore perde le cose più care, ricevendo in cambio una lapide con su scritto il nome. Questa, però, altro non è che l’espressione dell’affetto dei suoi cari – scrive Linda Grasso – per consentire al defunto di continuare a vivere nel ricordo di quanti lo hanno amato. Dalla notte dei tempi tutti i grandi uomini hanno avuto una tomba, una lapide, affinché il loro ricordo potesse rimanere nella memoria delle generazioni future».

Tutti, a quanto pare, tranne un eroe che appartiene al nostro Paese e che di nome fa Antonio Montinaro: una delle vittime, insieme al giudice Giovanni Falcone, alla moglie Francesca Morvillo e agli altri agenti della scorta, Vito Schifani e Rocco DiCillo, periti in quella carneficina.

«Ieri sono andata a portare un fiore sulla sua tomba e quello che ho visto mi ha sconvolta. Antonio è sepolto ai “Rotoli” di Palermo e la sua tomba si trova nella cosiddetta zona “interdetta”, così denominata perché da anni chiusa al pubblico in quanto soggetta a continue cadute di massi da Monte Pellegrino».

Nonostante le transenne, trasgredendo l’ordinanza comunale, anche perchè molta altra gente solitamente lo fa per andare a trovare i propri cari, la Grasso le scavalca per cercare la sepoltura n. 96 posta nella sez. 371.

si

«Finalmente arrivo in quella che sarebbe dovuta essere la tomba in ricordo perpetuo di un eroe e provo una fitta allo stomaco, il cuore mi si stringe e le lacrime mi solcano il volto. Davanti a me trovo una sepoltura in completo stato di abbandono, sporca, con i vasi pieni soltanto di fiori secchi lasciati lì chissà da quanto tempo. L’unica cosa che si vede bene è la foto di Antonio, sorridente, con il suo cappellino di servizio e i riccioli bruni che gli incorniciano il viso; accanto c’è una frase, anche questa scolorita dal tempo e dall’incuria, che una volta recitava: “Io vi amerò dal cielo così come vi ho amato sulla terra”. Ho posto i fiori nel vaso pieno d’acqua piovana, ho accarezzato la foto, e gli ho chiesto scusa. Si, scusa per lo stato di abbandono in cui riversa la sua tomba; scusa perché lui ha perso la vita per tutti noi, e questo è il nostro modo per ringraziarlo. Mentre recito una preghiera, ricordo di aver visto in alcune immagini il cenotafio progettato dal fratello Brizio, noto architetto, a Calimera, in provincia di Lecce, su richiesta della mamma in ricordo del figlio, costruito nel loro paese natio, così mi chiedo: perché lasciare Antonio Montinaro in una tomba abbandonata, dove i fiori rimangono per mesi a seccare nei vasi sotto il sole??». 

Si, sarebbe, infatti, bello, ma soprattutto normale, sapere perchè non è stato possibile non traslare la salma accanto ai suoi genitori, così come avrebbero voluto sin dalla sua morte. Il divieto giunge dalla famiglia che Antonio Montinaro ha costruito nel capoluogo siciliano per potergli stare vicino o per fare in modo che, almeno durante le annuali celebrazioni del 23 maggio, la sua tomba sia sempre piena di fiori, viva e pulsante dell’amore e della vicinanza di chi lo ha amato?

Il cenotafio dedicato al poliziotto scomparso a Calimera, in Puglia

Il cenotafio dedicato al poliziotto scomparso a Calimera, in Puglia

Visto quanto raccontato, tutto farebbe pensare il contrario anche perché non poche volte, nel passato e non solo, si è sfruttato il nome e il ricordo di tanti eroi della nostra storia più recente per avviare carriere, rimpinguare i conti in banca, assumere ruoli e cariche diversamente impensabili, a scapito di chi ha veramente sofferto e pagato sulla propria pelle le conseguenze di determinate perdite. I cosiddetti “professionisti dell’antimafia” ci sono stati e continuano a esserci. Forse ci saranno sempre, ma l’attenzione, la denuncia, la voglia di eliminare i corpi estranei dalla nostra società può fare sempre più la differenza. Certo, non sarà questo il caso, ci mancherebbe, ma sarebbe bello conoscere la verità.

«Sono andata via promettendo ad Antonio che farò di tutto affinchè abbia una sepoltura degna del suo sacrificio. Ha dato la vita per noi – conclude la Grasso – e tutti noi abbiamo il dovere di onorarlo».

(foto di Linda Grasso)

Gilda Sciortino

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