Don Pino Puglisi: Padre Antonio Garau, non si fece una scelta di frontiera e il suo messaggio cadde nel vuoto

images (4)Un quartiere cresciuto nel tempo, Brancaccio, accanto al quale operava Antonio Garau, uno dei sacerdoti di questa città che ha posto sempre davanti a tutto e tutti la sua faccia e il suo nome, mettendo ogni giorno a rischio la propria vita per il bene dei suoi bambini, dei suoi ragazzi, delle famiglie bisognose che segue e assiste.

Oggi parroco della chiesa di “San Paolo Apostolo”, a Borgo Nuovo, arriva nella chiesa di Maria Santissima del Carmelo, in via Decollati, nel quartiere Oreto, quindi limitrofo a Brancaccio, 7 anni dopo la morte di padre Puglisi. Prima, dall’86 al ’90, è stato viceparroco allo Zen insieme a padre Gallizzi, con i cui ragazzi ha scritto il libro “Lettera dallo Zen”, mentre dal ’93 al ’98 parroco a piazza Ingastone.

«Dopo la morte di Puglisi c’era un silenzio, non parlava nessuno. Il 15 settembre lo uccidono – racconta il sacerdote – e il 4 ottobre mi mettono sotto protezione. Come mai? Avevo fatto scrivere ai bambini alcune lettere indirizzate a Totò Riina per chiedergli di pentirsi. Era un momento in cui, della sua esistenza, sapeva solo la magistratura. La gente non aveva idea di chi fosse. Noi parlavamo a colui che era il capo della mafia, ma dal punto di vista evangelico, e gli dicevamo: «Tu hai fatto tanto male, hai ammazzato tanta gente, basta, ammetti le tue colpe e chiedi perdono, perché il buon Dio può perdonare anche te”. Fu vista come una sfida: “Ma come si permette questo prete?».

E’, dunque, nel 2000 che Antonio Garau approda vicino al quartiere che fu di padre Puglisi, rimanendovi per 10 anni.

images«Abbiamo realizzato quello che non era stato fatto a Brancaccio. Dopo la sua morte bisognava compiere un’opera intensa, specie per i minori, perché Puglisi viene ucciso per togliere i bambini dalla strada, alla manovalanza mafiosa. Secondo me – prosegue Antonio Garaul’errore fu di non avere avuto il coraggio di fare una scelta di frontiera. Proposi al Cardinale Salvatore De Giorgi di mandare subito un parroco con due diaconi, da ordinare poi sacerdoti, per rimanere a testimonianza, come Chiesa di Palermo, del nostro impegno e della nostra buona volontà, ma anche della nostra “non paura”. La direzione presa fu altra. Noi, invece, con la mia presenza ai Decollati, cominciammo una vera e propria sensibilizzazione rivolta ai minori, in un ambiente in cui ce n’erano tantissimi: una zona come via Tiro a Segno, con situazioni delicatissime. Cominciammo a operare con le famiglie, organizzando il doposcuola pomeridiano che vedeva l’affluenza di 100 bambini ogni giorno, divisi tra scuole elementare e media; e veramente tante attività estive a Papirolandia, sulla spiaggia di Guidaloca, a Scopello, oggi chiusa per mancanza di fondi. La cosa che mi colpì e che ricordo ancora in maniera vivida, ma pure sofferta, fu una bambina che, quando comunicai che lasciavo la parrocchia, mi disse: «E ora, padre Antonio, a noi chi ci penserà?». Aveva ragione perché, dopo di me, non c’è stato più nessuno che si sia occupato veramente dei bambini. Non si è avuta la capacità di continuare il lavoro avviato. Addirittura, si parlò di farli pagare per consentire loro di partecipare alle attività. Come se fossero in via Libertà».

Cosa può essere successo?

30312_129640760398465_6992795_n«Forse è mancata la fantasia, forse il carisma, magari si sono fatte scelte più propense ad altri indirizzi. Io ho sempre dichiarato che la lotta alla mafia si deve fare nei quartieri a rischio, cominciando dai più piccoli. Non crederò, infatti, mai che si starà portando avanti un’operazione seria, fino a quando le realtà più disagiate di Palermo non avranno ognuna 20 assistenti sociali. La cosa assurda è che, quando c’erano i soldi, si era aberrati dalle lungaggini e si facevano passare minimo 6 mesi prima di attuare un minimo intervento. Oggi non ci sono soldi, quindi non si può fare nulla lo stesso. Così, la gente muore comunque, prima di vedere risolto un problema».

E a Brancaccio, dopo l’assassinio di padre Puglisi?

«Lì non si è capito, come chiesa di sacerdoti, che bisognava operare diversamente, partendo dalla considerazione che uno solo non può fare niente. Ritengo che il problema esista anche oggi, quindi la cosa ancora più grave – tuona il prete – è che, nonostante Brancaccio abbia avuto questa grande testimonianza di padre Puglisi, oggi la vive senza dare le risposte concrete al territorio. Quello che, invece, ci vuole è un’opera molto più forte, con una maggiore presenza di sacerdoti, con laici sensibilizzati e responsabilizzati, con un’attività che tenga molto di più al recupero dei centri per i minori. Questo vuol dire aprire e dare spazio non tanto alle attività sportive, perché è facile riunire tutti in un campetto, quanto a quelle di doposcuola. La strada è quella. Il problema è, però, di scelta da parte della Chiesa. Ne sono convinto perché, nonostante le attenzioni del vescovo, nonostante i bei progetti in cantiere, come la chiesa nuova e il grande centro megagalattico, il tutto deve essere accompagnato da una progettualità pastorale mirata. Diversamente, costruiremo solo cattedrali nel deserto, nelle quali la gente non andrà mai. Bisogna far si che sul luogo possa maturare un’esperienza di associazioni, di volontariato, che dia risposte concrete e mirate. 1655909_790783507602923_1565212935_nImportante, secondo me, raccordarsi con le forze che sono sul territorio o richiamare all’attenzione e responsabilizzare quelle istituzioni che hanno disponibilità economiche. Parlo di Confindustria, Assindustria, Confartigianato e Confcommercio, realtà che non possono non essere presenti in maniera fattiva, soprattutto nel nome del Beato Padre Pino Puglisi. Tra le altre cose, lo abbiamo ricordato come un martire della chiesa, come uno ammazzato e basta. Padre Puglisi non è così, ma soprattutto non vuole questo; lui desidera la sinergia degli ecclesiastici, delle istituzioni, delle scuole. Un vero e proprio matrimonio con Brancaccio, oltre che con la Chiesa di Palermo. Ecco perché dico che ci vuole una progettualità legata alla legalità, con il coinvolgimento di tutte le forze operative del quartiere».

E’ proprio in un contesto speciale come questo e con presupposti molto particolari che nasce la volontà ferma, da parte delle forze di polizia, di sostenere una realtà come “L’Arca di Noè”, che padre Antonio Garau ha realizzato a cavallo tra Brancaccio e Ciaculli. 

«L’area d’influenza mafiosa si può dire che sia la stessa. Aldilà della conoscenza reciproca che c’è da tanti anni – s’inserisce Vittorio Costantini, segretario Nazionale Amministrativo del Movimento dei Poliziotti Democratici e Riformisti (MP), ai tempi segretario nazionale del Siulp -, da quando ha rilevato questo bene confiscato ci è sembrato quanto meno doveroso supportarlo.

Vittorio Costantini

Vittorio Costantini

Crediamo, infatti, che uno dei problemi reali non sia tanto l’assegnazione dei beni ma la loro gestione, sia in termini di risorse sia d’impatto con la città. E’ cronaca che, in più di un’occasione, sono entrati e hanno danneggiato la struttura. Noi, ai tempi, gli siamo stati vicini. Anche perché la confisca di un bene e soprattutto la sua piena utilizzazione, rappresentano un’occasione di riscatto per tutta la comunità. Un po’ com’è stato con il Commissariato Brancaccio. Indipendentemente dal fatto che oggi è ubicato in una palazzina, dove finalmente ci sono spazi adeguati e i colleghi lavorano sereni e con più sicurezza, è stato importante soprattutto per il segnale che si è dato al quartiere, facendo capire a tutti che, attraverso la riappropriazione di qualcosa che era prima di proprietà mafiosa, lo Stato può combattere con più incisività cosa nostra. Il significato è, quindi, ancora più simbolico e di grande valenza sociale».

Ma non si è imparato nulla dal sacrificio di un sacerdote di frontiera come padre Puglisi?

«Il discorso è tutto teologico. Non siamo riusciti a fare capire alla gente che essere cattolici cristiani significa vivere nel territorio. E che le forze dell’ordine da sole non possono fare niente. Se esaminiamo questi ultimi 10 anni – prosegue il suo discorso Antonio Garau – ci rendiamo conto che la risposta di Palermo al sociale è stata solo questa. E’ assurdo che allo Zen 2 ancora oggi si continui a vandalizzare per la ventesima volta la scuola e non si sia capaci di mettere due telecamere per fermare chi opera questi misfatti. C’è gente che sta lì da 30 anni, lavorando, sudando; ci sono anche morti ammazzati, ma non possiamo scaricare tutto addosso a loro. Se dobbiamo essere un popolo civile, dobbiamo recuperare il territorio. Come? La Chiesa deve fare indubbiamente il proprio. Questo vuol dire avere il coraggio di scelte concrete. Siamo indietro 50 anni perché abbiamo parrocchie dove la gente viene, partecipa al sacramento, entra in una fase spirituale, dopodiché esce e tutto torna come prima. E’ questo il vero dramma».

Padre Antonio Garau

Padre Antonio Garau

E’ forse un problema di vertici?

«La Chiesa non può essere accusata di verticismo perché, se prendiamo anche i documenti scritti da questo cardinale, le indicazioni ci sono. Dobbiamo renderci conto che il problema è serio. C’è una crisi in quanto cattolici – è da sempre l’opinione di questo sacerdote di frontiera – ma quello che mi chiedo è che ruolo abbiano i laici. La parrocchia non è costituita solo da preti, dunque, dove sono i laici acculturati? Dove sono gli intellettuali? Il primo contatto con il Vangelo è l’uomo. Dobbiamo trasformare ogni cosa, dobbiamo rivangelizzare. Bisogna fare quello che ha fatto Papa Francesco: ammettere gli errori, evidenziare quelli che ci stanno costando tanto e avere il coraggio di elencare i mali della Chiesa di Palermo. Cos’è che non permette di andare avanti? Cos’é che ancora oggi, nella nostra cultura, non ci fa capire che la mafia non può essere sposata da un cristiano? Qui subentra anche una capacità di approfondimento del sociale, dell’impegno politico, perché il problema alla fine diventa solo degli abitanti dei quartieri poveri, ai quali viene fatta pagare ogni cosa.  Basta parlare con i padri di famiglia, con la gente semplice della strada che non può vivere, anche perché non ha più prospettive. Quando faccio le conferenze al nord, dico sempre che i nostri giovani hanno cancellato dal loro vocabolario la parola “futuro”.

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino

Così non può essere. Borsellino, Falcone, Dalla Chiesa, quando parlavano, dicevano: «La mafia si può vincere, un giorno canteremo vittoria». Intanto, sono già passati 23 anni da quando sono stati ammazzati, e ci stiamo rendendo conto che la crisi non è più solo siciliana. Il problema è che noi adulti abbiamo sottovalutato questa verità, non abbiamo saputo darle il giusto peso, trovandoci oggi a non avere risposte, a chiudere tutte le porte ai nostri figli per colpa della nostra superficialità; di quella del politico, che si è fregato i soldi; della superficialità del prete, che non ha saputo fare il prete educando le coscienze al sociale; degli uomini di cultura, che si sono fermati a scrivere libri su libri, invece di andare a fare scuola tra gli alunni o tra la gente; dei professori, che hanno soltanto cavalcato la teorizzazione della vita e non un immedesimarsi nel riscontro con la realtà. Tutto questo ci ha portato a essere ciò che oggi siamo».

 E domani?

«Ormai il problema non è più nostro, perché è mondiale. Qualcuno dice che la soluzione migliore sarebbe azzerare tutto e ricominciare; ma io so anche che qualche anno fa si diceva che stavamo raggiungendo il punto di non ritorno, mentre oggi che ormai lo abbiamo raggiunto. Questo è vero – si avvia a conclusione Garau – perché ci rendiamo conto di come la politica, quella seria, nonostante faccia tutti i possibili tentativi per rilanciare l’economia in Italia, alla fine annaspa, anzi ogni giorno affonda di più. Allora il problema sta in quello che diceva Giovanni Paolo II nei suoi scritti e cioè avere il coraggio di rimettere la persona, l’uomo, al centro di tutto.

Giovanni Paolo II e Don Pino Puglisi

Giovanni Paolo II e Don Pino Puglisi

Questo lo devono fare i potenti della terra, tutti coloro i quali hanno delle responsabilità, ma spetta parimenti a noi stessi. Dobbiamo avere il coraggio di fermarci e chiederci, come faceva anche padre Puglisi: «Si, ma verso dove?». Il lavoro che stiamo facendo noi deve servire prima a farci vedere il nostro passato con gli occhi del presente, poi a farci preoccupare del passato perché non siamo preoccupati del presente, quindi a saper aiutare i ragazzi del presente a non cadere nei nostri stessi errori del passato, per guardare al futuro con entusiasmo. E’, dunque, ai più giovani che bisogna rivolgersi, chiedendo loro di essere anche più attenti e propositivi rispetto a quanto sta loro attorno. Cogliendo anche il valore dei successi portati avanti dalle forze di polizia in questi lunghi anni. Certo, c’è anche da dire che molti di loro non esistevano neanche nei pensieri dei loro genitori due decenni fa, tanto meno negli anni Ottanta, ma è tutto in divenire e sta a noi fare in modo che il domani non debba essere pieno di rimpianti e rimorsi».

Gilda Sciortino

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