“Mio padre”: il ricordo di Benvenuto Caminiti di un uomo dietro la cui scorza c’era un genitore amorevole

Papà Benvenuto 2

Giuseppe Caminiti

Ho imparato a conoscerlo quando già non c’era più da almeno vent’anni: Mio Padre, un perfetto sconosciuto, ovvero un ruvido genitore, capace solo di castigare e reprimere. Mai una parola dolce, mai una carezza. Rapporti sempre tesi: da una parte – i figli – a subirlo ogni giorno, ogni ora, ogni minuto della vita; dall’altra, Lui, inflessibile a dare ordini, dettare regole, porre limiti.

Mi sembrava un marziano, duro come l’acciaio, trattava fieramente i suoi figli, convinto che il metodo spartano servisse a farli crescere sani e forti. E non c’era verso di intenerirlo, non ci riusciva neanche Mia madre, che spesso, per risparmiarci l’ultimo castigo, si frapponeva fra Lui e noi.

Era fatto così, e noi lo temevamo al punto che quando, per lavoro partiva – era un musicista e andava in tournée in giro per l’Italia – per noi tutti, compresa la Mamma, era una festa. Ricordo ancora la smania che mi prendeva non appena Lui si chiudeva la porta dietro le spalle e, abbracciando la Mamma, le diceva: «Mi raccomando, polso fermo con i ragazzi! Non mandare all’aria tutta la fatica che faccio io ogni giorno per raddrizzargli la schiena!».

Per dare un’idea di che padre fosse, solo questo: aveva codificato le colpe e i castighi: a ciascuna colpa, a seconda della gravità, assegnava un castigo. Che veniva eseguito con solennità: nel gabinetto, fra lavandino e tazza del cesso.

La mattina dovevamo svegliarci alle sei e mezza, lui aveva fatto sistemare sulle ante della porta più grande della casa, una sbarra di legno. Ebbene, su quella sbarra noi sei figli maschi (veniva esentata solo l’unica femmina) dovevamo fare gli “esercizi”: facendo leva solo sulle braccia, facevamo su e giù per dieci volte almeno. Una fatica che mi spezzava le ossa, al punto che per anni mi sembrò mi dolessero ancora.

Il castigo: parola chiave per noi figli, dal più grande, 18 anni più di me, al sottoscritto che era il più piccolo e per ciò, dagli altri ribattezzato “U picciriddu”.

Mia madre, se la portò via il cancro, che era ancora una giovane donna e a poco a poco, anno dopo anno, nella grande casa nella quale eravamo cresciuti in sette, col Babbo restai solo io.

Eppure, nel ricordo dell’ultimo respiro della Mamma, è incastonato, come una pietra preziosa in uno scrigno d’oro, il ricordo di Mio Padre, che stringe la mano di Mia madre morente e nasconde col dorso dell’altra, una lacrima che gli scivola giù dagli occhi. Fu quello il primo spiraglio “umano” che colsi nella dura corteccia di cotanto padre.

Papà Benvenuto

Giuseppe Caminiti

Nel ’71, il cancro si prese anche Lui, ma fu più clemente perché, se mia madre lo patì per due anni e passa, Mio padre se lo “liquidò” in un paio di mesi: da giugno ad agosto. Ebbene, anche sul letto di morte, Mio Padre fu una sfinge di bronzo: diede le sue disposizioni con una lucidità impressionante (a me ordinò di prelevare il suo studio di gran pregio, un autentico “Stile 400”:«Nel tuo ufficio di avvocato farà un figurone!»).

Poi spirò, quasi col sorriso sulle labbra, come succede solo a chi lascia questa valle di lacrime in pace con se stesso. Ed era sicuramente così: Lui agiva sempre in buona fede, sempre convinto di essere ne giusto.

Dal giorno in cui ci lasciò, cominciammo, noi figli, a scoprire il nostro vero Padre: intanto le poche disposizioni scritte che trovammo, nelle quali palesava un affetto verso di noi mai neanche immaginato, in vita. A ciascuno di noi, non più ordini, solo consigli. Diversi da figlio a figlio: cominciavamo a scoprire cosa c’era dietro quella scorza dura, impossibile da scalfire:  c’era un padre.

E cominciarono a venirmi incontro, sulla soglia della memoria, certi ricordi lontani, che non si erano mai affacciati prima. Come, per esempio – io ero solo un bambino, proprio un pischello di cinque o sei anni – lui ci portava in spiaggia, a Mondello e lì, chissà perché – ma nessuno di noi ci fece mai caso – sembrava un altro: giocoso, divertito, quasi tenero. Ci prendeva persino in giro se, usciti fuori dall’acqua, tremavamo dal freddo: «Mettiti al sole, così ti riscaldi subito!». Senza alzare il tono della voce, senza quello sguardo gelido di sempre.

Ma c’è un ricordo di quelle mattinate in spiaggia che mi trafigge il cuore perché, come un atto d’accusa, mi spiega quanto noi tutti, suoi figli, siamo stati impietosi nel giudicarlo. Lui mi prendeva per mano, aveva un’espressione insolita, sfiorata da un lieve sorriso: «Vieni, Benvenuto, facciamoci un bel bagno!». Io lo seguivo senza tremori, la sua mano era forte e sicura. Era quella di un padre. Mi portava in acqua, mi afferrava, mi sollevava in alto, mi turava con una mano il naso e, dicendomi: «Chiudi bene la bocca e gli occhi!». Con un gesto rapido mi tuffava nel mare. Avverto ancora, nella pelle e nel sangue, il battito impazzito del cuore mentre entravo e uscivo dall’acqua. In quelle mattinate di Mondello, Mio Padre era diverso, ma durava poco perché, appena arrivati a casa, tornava quello di sempre.

Benvenuto Caminiti

Benvenuto Caminiti

Ma più passano gli anni, più mi accorgo che grande padre io avessi avuto: mi ha lasciato un’eredità di valori e principi che guidano ancora le scelte cruciali della mia vita. Sì, fu severo, talvolta anche troppo, ma erano altri tempi e io dico che se nella vita ho affrontato e superato le prove peggiori del mondo, lo devo proprio alla severità con cui Lui mi ha forgiato. Me ne sono accorto tardi, ma sto cercando di recuperare il tempo perduto: non Gli ho mai parlato così apertamente come faccio da qualche tempo a venire. E più passano gli anni e più passo la vita a cercare di lenire un rimorso che ancora non mi lascia: quello di non averglielo mai dimostrato quando, invecchiando e restando solo io con lui nella grande casa, si era intenerito al punto non dico da farmi una carezza, ma – nel giorno della mia laurea – arrivare al Conservatorio, riunire tutti i docenti e annunciare loro che aveva un figlio “dottore in giurisprudenza”. Lo seppi solo a cose fatte, leggendo il bigliettino che accompagnava un regalo di un suo collega di Conservatorio.

Benvenuto Caminiti

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