Un amore sbocciato tra le pietre antiche di Siracusa, galeotta una Carmen di Bizet

Mamma

Carmen Caminiti

Mia madre me la ricordo sempre trafelata andare su giù da una stanza all’altra della nostra casa, in via Brigata Aosta, nei pressi di via dei Cantieri.

I ricordi che ho di lei sono pochi, ma intensi e nitidissimi. Come schegge di vetro brillante che ti zampillano davanti agli occhi. Sempre. Mi basta chiuderli, concentrami per qualche istante e già mi appare Lei con i suoi capelli già tutti bianchi, che era ancora una giovane mamma. Avevo tredici appena quando, dopo avere resistito impavida per anni, cedette alla furia devastatrice del cancro.

«Non posso lasciarli soli…», confidava alla sua amica del cuore, la signora Fortuna, napoletana verace bella generosa, che stava ad ascoltarla con infinita pazienza. Mia madre le confidava tutti i suoi segreti, anche quelli inconfessabili, perché, dai oggi, dai domani, erano diventate come sorelle. «Non posso lasciarli soli, sono ancora così piccoli…».

Si riferiva a me e Riccardo, il penultimo dei suoi sette figli. L’ultimo ero io, nato quando lei e mio padre avevano già superato la quarantina da un pezzo e lei era sfibrata dalle precedenti sei gravidanze, senza contare quelle interrotte, per libera scelta o meno.

Se la portarono via ch’era diventata ormai un mucchietto d’ossa. Quando la lettiga mi passò davanti, lei con un cenno della mano fece capire ai portantini di fermarsi un istante. Il tempo di alzare la testa con visibile sforzo e sussurrarmi in un orecchio: «Mi raccomando, picciriddu miu, fai il bravo, non fare disperare a Ciccina!».

Ciccina era una donnina piccola e grassa con occhi quieti e miti e una zazzera strana sulla testa, che a suo tempo doveva essere bionda, ma che allora non aveva più colore. Anche lei era lì vicino e udì le ultime parole di Mia Madre e, carezzandola con infinta dolcezza, le disse: «Signora Carmen, stassi tranquilla, ca o picciriddu ci pensu iu!».

E ricordo ancora lo sguardo pieno di tenerezza che le rivolse la mamma, era un grazie neanche sussurrato, che attraversò come un raggio di sole la saletta di casa mia, un attimo prima che i portantini aprissero la porta e sparissero giù, lungo le scale.

Com’era Mia Madre cercherò di raccontarlo senza lasciarmi prendere la mano dalla mestizia. Tutt’altro: farò di tutto per presentarvela al meglio, sorridente e ilare, scampoli di una vita durissima che, a ripensarla come sovente mi capita inseguendo i ricordi, fu assai ingrata con lei. Che, giovanissima, s’innamorò perdutamente di mio padre sin dal primo fatale incontro. La cosa avvenne al Teatro Greco di Siracusa, la sua città natale, durante la prova generale della “Carmen” di Bizet.

Lei era una corista, aveva una bella voce da contralto, era una splendida fanciulla di poco più di vent’anni, i capelli corvini, gli occhi di fuoco come ce l’hanno solo certe donne siciliane e specialmente certe donne siracusane. Fu mio padre, che era un filibustiere che lèvati, a piantarle gli occhi addosso, lui suonava quel suo violoncello che già da solo trasmette palpiti ed emozioni, il resto lo fece lui con ammiccamenti e arcate speciali, quasi fossero dedicate a lei.

Finita la prova, gli orchestrali – mio padre era il primo violoncello dell’Orchestra del Teatro Massimo, in tournée per la Sicilia – andarono a riporre gli strumenti nel dietro le quinte, adattato alla bisogna. Conoscendo benissimo mio padre e abbastanza Mi Madre – a onta dei pochi anni che l’ho avuta vicina –  quando venne giù, arrivò dalla cava orchestrale per conservare lo strumento nella sua custodia, lui aveva già dimenticato quegli sguardi e quelle arcate, ma Lei, Mia madre, no, Lei lo seguì con lo sguardo mentre lui riponeva mo’ di protezione delle corde, sulla tastiera del violoncello, la striscia di lana merino: in quel momento non c’era quasi più nessuno degli orchestrali, quando Mia Madre gli apparve, tremante, davanti: «Che ci fa lei qui?», le chiese sbigottito.

Non so che si dissero, quali furono le parole precise, so solo che fu proprio lì, in quello stanzone semibuio che faceva da deposito strumenti, che sbocciò il loro grande amore. Uno di quelli di una volta, di quei tempi assai avari verso la donna, che non doveva mai farsi avanti nelle conquiste d’amore perché era compito dell’uomo dichiararsi e chiedere la mano dell’amata.

Mamma 1

Carmen e il piccolo Benvenuto Caminiti

Nel caso dei miei genitori – sto parlando del 1920 o giù di lì – usi e costumi dei tempi vennero usati come stracci da cucina. So solo che mio padre molti anni dopo quella notte, con Mia Madre già morta da anni, mi confidò in un suo raro, e quindi preziosissimo, slancio paterno: «Restammo così a lungo a parlare lì sotto che, quando ne venimmo fuori, tua madre per la gente era già compromessa … E io,  che sono un gentiluomo,  non ebbi scelta e così, finita la tournée, prima di tornare a Palermo, mi presentai ai suoi genitori per chiedere la mano della loro figliola».

Altri tempi, altri uomini: il loro fu un matrimonio d’amore, degno di durare per sempre, ma spezzato anzitempo dalla morte prematura di Mia Madre. Che gli perdonò sempre tutto, le scappatelle e non solo. Le bastava sfogarsi con la sua amica del cuore, Fortuna, pianti e imprecazioni, ma poi passava tutto. E se la sua amica le suggeriva di prenderlo di petto e rinfacciargli i suoi “tradimenti”,  lei ribatteva. «No, è mio marito, il padre dei miei figli, qualche schiaffone me lo dà, ma glielo “tiro” io dalle mani perché gli faccio le scenate di gelosia davanti ai figli!».

«E lo capisco – insisteva Fortuna – davanti ai ragazzi si vergogna, ma non si vergogna quando va appresso e’ femmene!».

E la mamma, asciugandosi l’ultima lacrima: «Che posso farci se gli voglio bene sempre di più?… E’ l’uomo mio, è un grande artista e ha bisogno delle sue piccole libertà…».

Che donna, mia madre: le chiamava “piccole  libertà” e, per chiudere il discorso, diceva alla sua amica: «E’ un galantuomo, sfarfalleggia ma torna sempre a casa, è una grande persona  perbene e mi insegna come stare al mondo da gran signora…».

Quando l’amore sfiora la venerazione si passa oltre tante cose, anche le più scabrose. Io non voglio giudicare, sarebbe sciocco e, facendolo, rischierei di tradire più la memoria di mia madre che di mio padre. Perché? Perché il fotogramma di mio padre che stringe la mano della mamma morente, che si inginocchia sul letto quasi a baciarla, lui di spalle che vedo tremare, raccontano che grande amore fu il loro. E non da una parte sola.

Avevo promesso di presentarvela, mia madre, allegra e giuliva, ma non ce l’ho fatta perché i ricordi sono quelli e non posso certo traviarli. Ma mi basta sapere che Lei se ne andò da questa terra mano nella mano con mio padre, innamorati persi come quella notte nel deposito degli strumenti, al Teatro Greco di Siracusa.

Benvenuto Caminiti

Annunci

Un pensiero su “Un amore sbocciato tra le pietre antiche di Siracusa, galeotta una Carmen di Bizet

  1. MI emoziono rileggendo questo mio ricordo della Mamma. Scrivo solo per dire che il bimbo che la mamma tiene nella mano sinistra non sono io ma mio fratello Vladimiro, di soli cinque mesi. La foto, infatti, è dell’ottobre 1932 e la mamma aveva trentaquattro anni. rimucci

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...