Il “canto in dialetto” di Francesco Giunta chiuderà al Teatro Biondo un pomeriggio sull’accoglienza

11222683_10206812577785767_2870012456850870574_n“Ascoltare – La città, i nuovi venuti, i bambini, i Maestri” è il titolo dell’evento che, alle 17 di giovedì 3 dicembre al Teatro Biondo, inaugurerà il nuovo anno del Dottorato in “Studi letterari, filologico-linguistici e storico-culturali” del Dipartimento di Scienze Umanistiche dell’Università di Palermo. Un evento di grande respiro, reso ancora più speciale dalla presenza di Francesco Giunta, fra i più apprezzati autori e interpreti del canto in dialetto contemporaneo, chiamato a chiudere la manifestazione.

Per l’occasione, Giunta canterà uno dei suoi brani più noti,  Li varchi a mari, estremamente evocativo rispetto al tema centrale della manifestazione, che sottolineerà ancora di più quanto lo stesso artista siciliano ama ripetere: «Vivere è spesso affrontare in solitudine le insidie di un mare sconosciuto e le sue improvvise tempeste. Da sempre l’uomo nel suo dover navigare affronta questa sfida cercando nel cielo sostegno e conforto».

Il navigare per accorciare le distanze sarà anche al centro di “Echi della lunga distanza”, lo spettacolo dei minori stranieri non accompagnati della Scuola di Lingua italiana per Stranieri, diretti da Yousif Latif Jaralla, che aprirà il pomeriggio.

L’esibizione di Francesco Giunta, invece,  chiuderà un pomeriggio che vedrà  anche gli interventi di Franco Lorenzoni e Tullio Telmon. La relazione dei due ospiti precederà la consegna della medaglia di “Benemerito dell’Ateneo di Palermo” al professore Giovanni Ruffino, decano della scuola di linguistica italiana dell’università di Palermo e presidente del “Centro di Studi filologici e linguistici siciliani”.

Perfetta e immancabile, dunque, la musica di un artista come il maestro Giunta  per chiudere una giornata dedicata all’apertura culturale e all’inclusione linguistica. Che aggiungerà alle tante lingue straniere dello spettacolo – come bangla, walof, bini, francese, jola, italiano e inglese – anche il dialetto siciliano.

«Gli artisti palermitani arrivano dal disagio, dalla fame. Il nostro teatro popolare ha il marchio della disperazione – ha affermato Francesco Giunta in un’intervista di qualche anno fa –. E siamo più poveri. Di lingua e di memoria».

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