La Passione ai tempi dei Cocchieri

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L’urna del Cristo morto su via Alloro

Palermo pullula di feste e di festini di quartiere che ricoprono tutto l’arco dell’anno, dando vita a un calendario “sacro” circolare – in cui gli eventi si muovono dentro un ciclo sempre uguale a se stesso – che viene a sostituirsi al tempo profano e lineare, vissuto come successione cronologica delle stagioni. Tra tutte le ricorrenze religiose, la Pasqua può essere definita la festa per eccellenza: nel suo inscenare e far rivivere i quattro momenti cruciali della vita del Cristo – il Messia che si fa Mito – ovvero la crocifissione, la deposizione, il corteo funebre e la sepoltura – il rituale chiude il cerchio vitale iniziato dall’Epifania – la miracolosa venuta al mondo di Gesù, emblema dell’incipit della vita dell’uomo – ricongiungendosi, in questo modo, all’altro capo della fune: la morte.

Morte e risurrezione equivalgono alla fine di un ciclo e all’inizio di un altro: è così che l’uomo religioso con cadenza annuale, nel revival della Passio Domini muore simbolicamente con la morte del Cristo e per mezzo di questa morte rinasce a nuova vita, essendogli stato rimesso ogni peccato, ogni torto perdonato.

Con la Pasqua uomo e natura si rigenerano: « È attraverso la morte che si conquista la vita. La Settimana Santa assicura la rigenerazione periodica dell’anno attraverso la rappresentazione simbolica delle fasi conclusive del mito del dio salvatore» (BUTTITTA).

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“Giudeo”. Figurante abbigliato da guardia pretoriana

Lo “spettacolo della vita”, dunque, lascia posto a  uno “spettacolo della morte” che calca le scene dell’anima e si trasforma in teatro di strada: una morte simbolica, s’intende, che diventa rappresentazione sacra, messa in scena tesa a esorcizzare il timore che ciascun uomo nutre nei riguardi della signora Falce. La spettacolarizzazione, di fatto, permette una simulazione atta a mettere l’uomo in contatto con la morte, suggestionandolo e portandolo alla riflessione, ma mai terrorizzandolo. Mentre la vita e la morte si fondono e si compensano, il tempo e lo spazio vengono interamente occupati dai molteplici riti di una Settimana Santa celebrata  in tutto il mondo: dal sud Italia alla Spagna, dalle Filippine all’America del sud.

Il rito –  che ruota intorno al trionfo di Cristo sul male – racchiude in sé un potere magico teso a scacciare le forze maligne. Di questo potere esorcizzante, possiamo ritrovare i segni in alcuni oggetti che assumono valenze simboliche:  è così che a Palermo  i “lavureddi” o “sepolcri” (piatti di legumi, soprattutto lenticchie, fatti germogliare al buio e cinti da nastri colorati) che ornano gli “altari della deposizione” – visitati dai fedeli il Giovedì Santo –  hanno il potere di propiziare la rigenerazione del ciclo vegetale; sempre a Palermo, le urne recanti il simulacro del Cristo deposto sono sormontate da una palma artigianalmente intrecciata, di cui Antonino Buttitta, nel suo Pasqua in Sicilia, ci dice: « Palme e rami d’ulivo in effetti a livello popolare si ritengono depositari di un intrinseco valore magico-religioso. Sono rare le case in Sicilia o i veicoli che non abbiano in funzione protettiva la palma o l’ulivo pasquale».

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Le tradizionali livree indossate dai Cocchieri delle famiglie nobili

Affinché il rito abbia la sua efficacia, dunque, è necessario che si ripeta sempre allo stesso modo, che utilizzi sempre la stessa formula: di questa ripetizione fedele partecipa pure la iconografia delle effigie portate in processione.

L’Addolorata del capoluogo siciliano, pur cambiando volto da confraternita in confraternita, si attiene a un’iconografia che la rende riconoscibile a tutti i cittadini: essa è abbigliata come una dama del 700 vestita di raso ( bianco o viola ) e con il capo coperto da un lungo velo di nero velluto sul quale è ricucito lo stemma della Congrega o il nome di chi ne ha fatto dono; altri segni riconoscibili sono il cuore e il pugnale d’oro o d’argento posti al centro del petto, e il fazzoletto di pizzo stretto tra le mani. Il simulacro del Cristo morto è, invece, adagiato su di un lettino riposto dentro un urna vitrea.

Palermo conta una trentina di processioni che, nella giornata del Venerdì Santo – a partire dal pomeriggio fino a tarda notte -, paralizzano letteralmente le strade della città bloccandone il traffico. La ritualità costringe lo stesso corteo processionale a una struttura più o meno fissa, che può trovare qualche differenza tra una confraternita a un’altra. L’itinerario percorso – che può dilungarsi  per oltre otto ore – è sempre lo stesso, e ripercorre le vie del quartiere a cui la confraternita fa capo.

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Offerta della cera. A sinistra, Sergio Bruno, superiore della Confraternita

Il corteo è aperto da tre figure: al centro, un “attore”, il più delle volte “incappucciato”, e alla sua destra e alla sua sinistra due uomini che portano tamburi, le cui bacchette sono state avvolte in panni di cotone per incupirne il suono.

Fanno seguito lo stendardo della congregazione, quello di altre congregazioni “ospiti” (di solito provenienti dalle parrocchie dello stesso rion),  la vara del Cristo morto (accompagnato ai quattro lati da attori vestiti da antichi soldati romani popolarmente conosciuti come “giudei”) e, dietro di questa, a debita distanza, la vara dell’Addolorata. Alla coda del corteo la banda musicale  accompagna la processione lungo tutto il percorso intonando marce funebri la cui cadenza mesta e le cui note accompagnano l’annacata  (dal  siciliano “naca”, “culla”): di fatto, i pesanti fercoli vengono “cullati” dai confrati che li trasportano a spalla, stretti in un abbraccio, e che al passo della musica ondeggiano lievemente, generando una danza che ridisegna lo spazio e lo sacralizza.

Negli ultimi anni si sono sviluppate tendenze innovatrici all’interno di alcune processioni del centro storico palermitano e tali elementi sono “transitati” dall’una all’altra confraternita, spandendosi un po’ a macchia d’olio: elemento recente e alquanto diffuso, è l’immissione nel corteo di una via crucis vivente, ovvero una messa in scena dell’andata al calvario del Cristo (con tanto di attori e comparse, spesso scelte tra i familiari e i conoscenti dei confrati della congregazione).

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Il simulacro dell’Addolorata esce dalla Chiesetta dei Cocchieri

La banda musicale singola, invece, è stata sostituita da due bande musicali, rispettivamente poste dietro ciascuno dei due feretri, e incaricate di suonare “a turno”, col fine di ridurre gli intervalli tra una marcia funebre e un’altra, così garantendo un continuum musicale che ricopra tutto l’arco della lunga processione.

Fermamente fedeli a una tradizione che non concede l’intrusione di elementi nuovi nel rituale sono i membri della confraternita di Santa Maria dell’Itria dei Cocchieri, la cui omonima  chiesa è ubicata in Piazzetta dei Cocchieri (Via Alloro).

La confraternita è storica: essa viene ufficialmente riconosciuta nel 1596, solo sei anni dopo la fondazione della Confraternita del Venerdì Santo più antica, quella dell’Addolorata della Soledad ( 1590 ).

Nella metà del ‘500, il ceto dei Carrettieri fonda una confraternita prendendo sede nella cripta di Palazzo Aragona,  in via del Lauro (oggi via Alloro). Alla fine del secolo, la crescente richiesta di carrozze da parte della nobiltà cittadina porta il ceto dei cocchieri e dei conducenti di carrozze ad arricchirsi: anche essi si uniscono in una congregazione dando vita alla Confraternita dei Cocchieri. Essa troverà sede nella cripta di Via Alloro, a suo tempo abbandonata dai Carrettieri.

Più di quattrocento anni separano la fondazione della confraternita dai giorni d’oggi: quattro secoli di storia della città, di trasformazioni sociali e urbane, di cambiamenti radicali che ciò nonostante non sono mai riusciti a intaccare la tradizione del Venerdì Santo ai Cocchieri. Cosa è cambiato nel rito rispetto al passato? Sergio Bruno, attuale superiore della confraternita, risponde: «Non è cambiato nulla. La processione si svolge esattamente come 400 anni fa».

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L’antico stendardo della Confraternita dei Cocchieri

Il corteo funebre portato in strada dai Cocchieri è essenziale e sobrio, composto dai due fercoli sacri che percorrono la Via Alloro e le strade del quartiere Kalsa, sostando di fronte ai seicenteschi e settecenteschi palazzi nobiliari. L’unico “mascheramento” concesso è quello dei figuranti che indossano le antiche livree, i cui colori ricordano le Casate nobiliari di appartenenza dei servitori – i conducenti di carrozze, in questo caso – che sfruttavano il Venerdì Santo, l’unico loro giorno libero dell’anno, poiché era vietato alle carrozze di circolare, per partecipare alla processione.

In effetti, la sfilata delle livree non è da considerarsi come messa in scena in stricto sensu, ma come il completamento dell’antico corteo processionale, in quanto marchio distintivo della Confraternita che perpetua in questi abiti la memoria delle sue origini.

I Confrati si dedicano tutto l’anno all’organizzazione della processione e alla raccolta dei fondi per la sua realizzazione, autotassandosi e conservando le offerte lasciate dai fedeli.

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Gaetano Utro, capo Consulta della vara dell’Addolorata

Eppure, mi sembra inverosimile che nulla sia cambiato rispetto ai tempi passati. Andando un po’ più a fondo nella questione, Gaetano Utro – membro tra i “meno giovani” della confraternita – ci rivela: «La crisi ha toccato anche la nostra tradizione. L’anno passato è stata palesemente esigua la somma di denaro raccolta per strada durante la processione». E, rispetto al corteo, dice: «Chi indossa le livree partecipa a titolo gratuito. È sceso il numero di giovani disposti ad indossarle. Un tempo lo facevano gli anziani. I giovani d’oggi sono presi da altri svaghi, sono lontani dalla fede». Poche, poi, sono le livree di cui la Confraternita oggi dispone: «La Confraternita utilizza due livree originali, che di anno in anno ci vengono date in prestito dalle famiglie nobiliari che ne sono proprietarie e che le custodiscono. Le altre sono inutilizzabili, ormai troppo vecchie e fragili. Noi ne possediamo soltanto quattro, che in realtà sono solo riproduzioni delle originali».

Servirebbero fondi, dunque, per sostenere e agevolare un rito antichissimo che si offre come spettacolo per passanti e turisti e che porta in strada la storia della città, oltre che la fede. Ed è proprio la fede la risposta dei Confrati dei Cocchieri alla motivazione che li spinge a tenere in vita la loro tradizione.

Ben poco importa loro dello sfarzo del corteo: lontani da ogni competizione con le altre confraternite – che spesso trovano sede in quartieri provvisti di più attività commerciali e di fedeli propensi a fare donazioni cospicue – i confrati dei Cocchieri, che formano una grande famiglia unita e affiatata composta da un centinaio di fedeli, si accingono a preparare la loro processione una volta ancora.

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I confrati portano la vara

Essi guardano alla bellezza del simulacro della loro Addolorata con la stessa devozione e lo stesso amore con cui la contemplavano gli occhi di quei cocchieri che una volta all’anno scendevano dalle carrozze su cui trasportavano i nobili per portare sulle loro stesse spalle un peso maggiore – i fercoli sacri – , il peso di una fede che rende più leggero il vivere di un uomo.

Anche quest’anno, come da quattro secoli a questa parte, i Cocchieri sfileranno in processione venerdì 25 marzo, a partire dalle ore 16.30, quando si potrà assistere all’emozionante uscita dei simulacri del Cristo Morto e dell’Addolorata dalla piccola porta della chiesa. Il mio augurio è che in molti possano trovare il tempo per partecipare a questa tradizione, che non appartiene solo ai Cocchieri ma a tutti i palermitani, in quanto pagina della storia della città.

Benedetto Galifi

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