I SUONI DI UNA CITTA’ di Giovanni Mattaliano

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“I suoni di una città” (photo by Giuliana Torre)

Diceva Mozart:  «Io metto insieme i suoni dell’amore». E lui ,di amore, ne aveva tanto sin da bambino, anche se proveniva da un’educazione protetta e non proprio consona alla sua indole pura, destinato ad andar via prematuramente.

Così come lui, tanti geni nella storia, riscritta in futuro dalle scene degli storiografi o da coloro che sfidano il senso puro delle realtà oggettive. Un tema che sfiora la natura più intima dell’uomo e l’avvicina al risultato migliore, quello del sentimento più puro, senza veli ne condizioni, limpide emozioni che attraggono il cammino dei creativi difensori delle città, vive e immortali.

Il linguaggio dei bambini di ogni quartiere, più o meno in ascesa verso punte rivolte verso le stelle oppure  che si avvicinano appena ai loro capelli, dei suoni che fondano un dialogo, vivono tra i sorrisi e le passioni, felici di costruire la vita del luogo in cui crescono. Ripercorrere spazi incantati trasformandoli in vere poetiche sfumature, tra i colori mozzafiato di epoche vitali nella fantasia dei piccoli grandi umani, incitati dal vento, dal mare, dal sole e da tutte quelle forze senza tempo, cariche di estasianti contrari.

Quante città nel mondo, tutte diverse tra loro, ognuna con miriadi di gradini sonori, sonanti, ammalianti, tentati in avanti, scale che si intrecciano, dialogando anche a distanza, orchestre tonali e atonali, piccoli ensemble di uomini jazz, spiritualmente vivi. Queste le città dell’universo che ogni giorno riposizionano i loro passi per accordare quell’organo senza fondo.

Quante libere espressioni tra i viaggi dell’uomo, quei suoni dell’amore che vivono ancora, spinti da radici forti, motivati da un equilibrio glorioso, allineati da un unico pensiero, ricostruire le fonti dell’universo pacifico, oltre le profondità di un oceano. La ricerca della vera felicità, il punto di riflessione che muove le braccia delle città, fugaci e rabbiose, silenziose e fascinose, il dialogo di un popolo che canta per ringraziare quella vita spesso travolta dalle guerre, ormai private dalla falsa gioia della medesima distruzione, organizzata da un potere senza suono e senza alcuna felicità.

I suoni raccontano le gesta di una città in viaggio, tra la gloria del presente e quella di un passato amabilmente vissuto, rappresentato da quel pathos rigenerante, protratto verso la scena di una sinfonia che richiama da sola il giusto cammino, senza rumori chiassosi, spesso disturbatori eclettici.

«Giù le mani dal mondo – gridò quell’accordo che univa milioni di gradini flautati e difensori del grande suono della memoria -,  la vita la gestiamo noi purificatori del bello».  La città rapita dal suono dell’amore eterno, abbracciò tutti, anche gli impuri vacillanti, riprendendo quel cammino navigato e retto dal saggio Olimpo, protettore delle vitali unioni sonore.

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