“Hard to be Pinocchio” e una fiaba universale diventa dramma umano

Hard to be Pinocchio_ph. Rossella Puccio

Hard to be Pinocchio, ph. Rossella Puccio

«Pinocchio? Non esiste. È un’invenzione». Mai affermazione potrebbe essere più drammatica per tutti quei bambini – ma non solo –  che hanno creduto in una fiaba capace di realizzare tanti desideri. In cima a tutti la trasformazione di un burattino di legno in bimbo fatto di carne e ossa. Certamente un sogno, anche un’invenzione, ma tanto forte da far credere nella possibilità che si realizzasse.

Ma per Simone Mannino, il regista di origini siciliane di  “Hard to be Pinocchio”- che debutta in anteprima nazionale al Teatro Biondo di Palermo alle 21 di sabato 29 settembre (con replica il 30 settembre), per poi volare all’Out Off di Milano per il debutto nazionale, previsto per 4, 5 e 6 ottobre – Pinocchio è un’illusione, un suggerimento posticcio, un’allusione della mente che talora entra prepotente nelle domande del Padre. Una polifonia di emozioni, quella messa in scena, nella quale i personaggi ricreati dal regista sono feritoie attraverso cui guardare svolgersi il dramma. Nella riduzione adoperata da Simone Mannino, infatti, i personaggi ricreati sono parti di un meccanismo sincrono, feritoie attraverso cui guardare svolgersi il dramma.

Simone Mannino,_ph. Rossella Puccio

Simone Mannino,_ph. Rossella Puccio

Pensato e partorito a Istanbul tra il 2014 e il 2016, durante gli intensi mesi di sconvolgimento politico e sociale a seguito del mancato golpe militare, viene annullato dalla stagione HarbiyeTiyatro. A distanza di un anno, la riscrittura del testo e la sua trasposizione in italiano risentono dell’esperienza turca; così Simone Mannino, attraverso un dialogo più intimo con il testo, dà vita a un’opera di riduzione dei personaggi focalizzando l’attenzione sulla figura del padre. Una visione più astratta, uno scenario asciutto senza tempo e connotazioni individuali, dove i confini teatrali si sgretolano sino a smarrirsi. I personaggi sono immersi in spazi che obnubilano la visione, calati negli echi delle proprie illusioni esistenziali.

«L’immagine della fiaba si spezza, gira gli occhi e guarda se stessa – ci dice il regista -. Una storia universale che sta a simbolo dell’umano cammino iniziatico in cui vivono nuclei archetipici della cultura, prove e stadi simbolici della persona che deve costituirsi come maschera sociale».

La scena che ci accoglie è sintetica, racconta di un mondo in cui il grottesco gioco della tragedia umana si muove attraverso lo strumento dell’immaginazione. Geppetto diviene personaggio universale, che intraprende un viaggio nei labili e ambigui territori della memoria e della menzogna, mostrandoci un’umanità incastrata nella sua stessa essenza. A guidarci è proprio la figura allucinata del padre di Pinocchio, personaggio disincarnato dai suoi simboli, che si spoglia di un linguaggio teatrale pregno di indulgenza retorica per immergersi nei suoi innesti d’immaginario, talvolta ossessivi, in cui la sua dimensione si allunga e rimpicciolisce, come organo pulsante che fagocita tutti i personaggi. Un viaggio iniziatico dell’animo umano nelle archeologie della menzogna, in cui pensieri e ricordi sono espressioni non del soggetto, ma del tratto anarchico dell’individuo. Alla ricerca di una identità di fondo, alla riscoperta di un Padre che cerca un motivo, una forma provvisoria che indaga la propria ‘maternità creatrice’ sino a generare sé stesso. È Padre e Figlio, involontario demiurgo, voce narrate di un’opera in cui favola e dramma si inseguono, in cui il ‘noi’ diventa ‘io’.

Simone Mannino e Paolo Mannina,ph. Rossella Puccio

Simone Mannino e Paolo Mannina,ph. Rossella Puccio

Una partitura assurda, violenta, dalle tinte brechtiane, in cui teatro e arti visive dialogano e si mescolano. Il regista è un artista poliedrico che porta sul palco la sua lunga e articolata esperienza nell’ambito delle arti visive e performative, confermando le sue capacità di rielaborazione e reinterpretazione di diversi codici comunicativi. La sua è una rilettura visionaria in tre atti di una dell’opere italiane più celebri e rappresentate al mondo, che offre allo spettatore una prospettiva ribaltata, esistenziale, che lo sedurrà e spiazzerà sino alla fine.

Di notte, su un palcoscenico di teatro di prosa. Uno spazio vuoto, appena illuminato. Nell’aria un’atmosfera densa e calda. Una luce di taglio illumina uno scrittoio posizionato sulla estrema destra del boccascena. Un uomo seduto sulla sedia, di tanto in tanto sfoglia le pagine di un grande libro non rilegato. Le pagine cadono, le rialza, cerca invano di rimetterle in ordine. Legge e a intervalli irregolari le strappa. Assorto in questo atto di ripetizione, in preda ad una profonda inquietudine, prega e bestemmia in tutte le lingue del mondo…

«Confrontarsi con Pinocchio vuol dire non soltanto attraversare una vertiginosa commistione di generi letterali – ci spiega Simone Mannino – quanto mettersi di fronte a una materia viva, dinamica e inesauribile che parla mille lingue. Iniziare lo spettacolo da un libro aperto, è ammettere fin da subito che dentro il capolavoro di Collodi esistono libri paralleli. Percorsi di lettura incrociati. Visioni dell’infanzia diverse e, in un certo senso, un itinerario “obbligato” della elaborazione della stessa genesi dell’umanità. Una storia universale che sta a simbolo dell’umano, cammino iniziatico in cui vivono nuclei archetipici della cultura, prove e stadi simbolici della persona che deve costituirsi come maschera sociale. Leggi e regole ci obbligano, ci strutturano. Quando Pinocchio perde il suo corpo di legno e diventa un bambino “Vero”, ha perso qualcosa che non tornerà più? Cosa è diventato questo bambino? Continuazione e fine, nuovo capitolo enigmatico della fine e dell’inizio di Pinocchio. Pinocchio è il ragazzo di strada, ma è anche il fanciullo borghese. È Il Padre e il Figlio. Favola e dramma. Un viaggio a ritroso in un regno sociale in cui le parole non hanno più senso, in cui regnano la forza e l’istinto di creature selvagge. Tutte le immagini e le parole sono espressioni chiare di un’ evasione oltre i confini dell’essere e di un’attenzione convulsa alle leggi della natura. Avvicinarsi a Pinocchio da questa prospettiva, vuol dire per me, rivelare nella sua sequenza una volontà di annientamento che prende radice nel cuore più profondo della “creazione».

hardtobepinocchio_locandina_low“Hard to Be Pinocchio” si avvale della collaborazione di artisti e attori che gravitano intorno alla compagnia “Atelier Nostra Signora”, collettivo artistico con sede a Palermo e Istanbul, che produce lo spettacolo. L’evento, inoltre, sarà la reunion di tutti i collaboratori artistici che avevano preso parte allo spettacolo WombTomb, lavoro liberamente ispirato a ‘La macchina Infernale’ di Jean Cocteau, che ha esordito con successo nella Stagione 2017 di “Teatro Bastardo”.

In scena: Paolo Mannina, Simona Malato, Ada Giallongo, Valeria Sara Lo Bue,  Jesse Gagliardi e Claudio Pecoraino.  Musiche e suoni, Gaetano Dragotta; costumi, Philippe Berson; realizzazione delle scene, Jesse Gagliardi; luci, Petra Trombini; sculture di scena, Francesco Albano; direzione tecnica, Giuliana Di Gregorio; assistente alla regia, Giuditta Piraino; assistente costumi, Giulia Santoro; assistente scene, Andrea Mannino; organizzazione e logistica, Agnese Gugliara; collaboratori, Eliza Collin e Gaetano Costa.

Lo spettacolo si avvale del supporto di: Palermo Capitale italiana della Cultura 2018, Teatro Mediterraneo Occupato, Adiacenze, ditta Salvatore Parlato, sartoria Francesca Pipi, Le Mosche e  Francesco Sarcone.

Gilda Sciortino

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