Il “terzo occhio” di Benedetto Galifi e l’intimità dei suoi personaggi storici

galifi 1.jpgSi tratta del primo di una serie di monologhi-dialoghi, composti dal suo autore nel 1983 e raccolti con il titolo “Il terzo occhio”, nei quali dà voce ad alcuni miti della cultura occidentale, con particolare attenzione alla tradizione cristiana.

Debutta alle 21 di venerdì 3 maggio al Teatro Orione di via Don Orione 5, a Paleemo, “Perché il buio non mi copra interamente”, performance teatrale di Benedetto Galifi, con Valeria Sara Lo Bue che ne cura anche la regia, e le musiche di Fabio R. Lattuca.

Personaggi che si fanno pura voce, flusso di coscienza – la cui intimità ci viene offerta dall’autore – rivivendo le loro personali vicende in una dimensione atemporale che li vede perennemente sospesi tra passato e presente, tra memoria e attualità.

Gli eventi vengono narrati come se si stessero osservando dal di fuori, per mezzo di quel “terzo occhio” che possiamo intendere come livello superiore di coscienza più prossimo all’irrazionalità che alla razionalità, incentrato su un sentire che è proprio dell’ “anima”. Sono, infatti, le anime dei morti, di chi è scomparso, a parlare. Ma, affinché la loro voce prenda consistenza e si faccia reale, diviene necessaria la presenza di un altro da sé, di un interlocutore muto e imparziale al quale la voce narrante possa rivolgersi senza esser giudicata, che presti l’orecchio in silenzio, che faccia da specchio.

Ecco, dunque, Eliogabalo,  “bambino sradicato” dalla sua terra, la Siria, dalla sua stessa infanzia, strappato ai suoi giochi troppo presto, per volontà di sua nonna, Giulia Mesa, della madre, Giulia Soemia, come anche del suo mentore Gannys, amante della madre, che lo spinse a infervorarsi del suo ruolo di Imperatore d’Oriente, facendo presa sulla sua energia e tracotanza di giovane. Gettato nella Cloaca Maxima, vi è rimasto per secoli. Lì immagina di incontrare il suo “giovane bello”, San Sebastiano, anche lui gettato quasi imberbe nelle fogne romane, qualche decennio più tardi. Vive tra i rifiuti, fra i quali ha ritrovato gli amati giocattoli, che gli erano stati tolti sin dall’infanzia. E’ invecchiato, tutto ciò che gli rimane sono i ricordi, il ricordo del mare, dei suoi amori. Riaffiora il ricordo di Zotico, suo amante, l’atleta di Smirne che Ierocle drogò perché non riuscisse a giungere all’amplesso. Riaffiora il rimorso di averlo allontanato a causa di un inganno dell’invidioso auriga, che temeva di essere sostituito nel suo ruolo di cocchiere dell’imperatore. Il racconto della sua storia è ormai scritto, lirico ed epico insieme, esorcizzato dall’abitudine data dal passare degli anni. Eliogabalo adesso sa, e si racconta, consegna la sua storia al suo amico immaginario così come ai riverberi e ai gorgoglii delle fogne, nelle quali vivrà in eterno.

Marco Aurelio Antonino Augusto, nato come Sesto Vario Avito Bassiano, era, per diritto ereditario, l’alto sacerdote del dio sole (El-Gabal) di Emesa, sua città d’origine. Per questo motivo è ricordato come Eliogabalo, anche se non usò mai questo nome in vita. El (“dio”) e gabal (“montagna”) significa “il dio (che si manifesta) in una montagna“. Col sostegno della madre, Giulia Soemia, e soprattutto della nonna materna, Giulia Mesa, fu acclamato imperatore dalle truppe orientali, in opposizione all’imperatore Macrino, all’età di quattordici anni. Il suo ingresso trionfale nella Capitale dell’Impero avvenne dopo due anni dalla sua elezione, durante i quali il giovane fu costretto a studiare latino e diritto romano, a Nicomedia, sotto la guida del suo saggio consigliere ed eunuco Gannys, amante di Soemia. La politica religiosa e i suoi eccessi sessuali (ebbe cinque mogli e due mariti ed è passato alla storia come il primo transessuale) causarono una crescente opposizione del popolo e del Senato romano, che culminò col suo assassinio. La storiografia e la letteratura moderne attribuiscono il fallimento di Eliogabalo al contrasto tra il conservatorismo romano e la dinamicità del giovane sovrano siriano, ma pure alla sua incapacità di scendere a compromessi e alla sua incomprensione della gravità e solennità del ruolo di imperatore.

Galifi 4.jpgUn lavoro raffinato, quello che ci propone Benedetto Galifi, la cui sensibilità si esprime attraverso numerose forme espressive. Oltre alla scrittura, che si alimenta di una passione per la storia – per esempio quella sacra –  comunica anche attraverso la fotografia, instaurando un dialogo con il  pubblico che tocca le corde più profonde della nostra anima. “Perché il buio non mi copra interamente” è la dimostrazione che la storia ci può offrire quadri inusuali e sempre affascinanti, ma solo se trattata con la delicatezza e il rispetto che merita.

Biglietto al botteghino € 10 euro, in prevendita € 8. Per quest’ultima, rivolgersi ai numeri: 391.3197716 (dalle ore 18 in poi) e 328. 6218260.

Gilda Sciortino

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