“A tutto Mambor”, a Villa Zito la retrospettiva dell’artista della scuola romana

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MAMBOR, Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma 2007

Redazione. È stato uno dei protagonisti della Scuola Romana di Piazza del Popolo: artista e performer, non ha mai abbandonato il teatro, pur continuando ad avere un ruolo di primo piano nel dibattito artistico. Si inaugura alle 18 di sabato 18 maggio a Villa Zito, nell’ambito della Settimana delle Culture, “A tutto Mambor. L’arte di osservare”, mostra a cura di Alberto Dambruoso e con un testo critico di Maurizio Calvesi, promossa dalla “Fondazione Sicilia” su un progetto di Marzia Spatafora.

L’esposizione ripercorre, attraverso una selezione di quaranta opere pittoriche, una decina di sculture e una decina di fotografie, l’esperienza artistica di Renato Mambor (1936 – 2014), tra i più grandi e significativi artisti italiani degli ultimi 60 anni. Protagonista della Scuola Romana di Piazza del Popolo dei primi anni Sessanta con Schifano, Angeli, Festa, Tacchi, Lombardo, Fioroni, Pascali, Mauri, Baruchello, Ceroli, Patella e Kounellis, Mambor ha attraversato tutto il decennio partecipando al clima di rinnovamento dell’arte dopo il periodo informale, recitando un ruolo di primo piano anche come performer. Dopo aver inizialmente preso parte anche al clima concettuale tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta (verrà invitato alle prime mostre di Arte Povera), Mambor si dedicherà per lungo tempo al teatro d’avanguardia per ritornare all’attività espositiva a metà degli anni Ottanta, che non abbandonerà mai fino alla sua scomparsa, ottenendo negli ultimi dieci anni numerosi riconoscimenti dall’estero oltreché in Italia.

Temi ricorrenti, ricerca di contatto con lo spettatore, uso di figure lontane dall’immaginario artistico: Mambor è tutto questo.

«Uno dei trait d’union tra le ricerche degli anni Sessanta e le opere degli anni Ottanta, Novanta e Duemila – spiega il curatore Alberto Dambruoso –  è rappresentato dalla silhouette umana che si trasforma da bidimensionale a tridimensionale (“Separé”), così come da sagoma semaforica standardizzata a sagoma dell’artista stesso».

Di notevole importanza è la serie di undici pannelli dal titolo “Diario degli amici”, realizzata nel 1967 da dieci compagni di strada dell’artista. Mambor aveva assegnato ad ogni amico – Boetti, Tacchi, Mauri, Icaro, Ceroli, Mattiacci, Marotta, Pascali, Pirelli, Remotti e Maini – un pannello di uguali dimensioni, su cui ciascuno era intervenuto con la propria cifra stilistica. A quarant’anni di distanza dal primo, Mambor realizzerà nel 2007 un nuovo diario composto da dieci elementi (di cui in mostra se ne possono ammirare quattro), riprendendo l’idea iniziale di un modulo compositivo identico per tutti i pannelli, però questa volta eseguito autonomamente, senza apporti esterni.

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MAMBOR, Ultimo Giorno, 1963, olio su tela 90×100

«La collaborazione con un’importante appuntamento per la città, come “Settimana delle Culture” – afferma il presidente di “Fondazione Sicilia”, Raffaele Bonsignore – conferma la nostra volontà di essere sempre più parte attiva nel territorio. Siamo felici di ospitare, in questa occasione, la mostra su Renato Mambor, con tutte implicazioni che contiene la sua affascinante teoria sull’osservazione. Un tassello in più verso la divulgazione dei linguaggi contemporanei, altro obiettivo della Fondazione».

Una sezione della mostra è dedicata alla documentazione fotografica del lavoro di carattere performativo, realizzato dall’artista tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta in pieno clima “BodyArt”. Mambor, fin dall’inizio della sua attività artistica, ha sviluppato un discorso che mirava al contatto diretto con lo spettatore: l’artista assorbiva a sé ruolo del suggeritore, di indicatore di possibili realtà da cogliere o inquadrare sotto una diversa ottica.  Etica ed estetica si sono fuse fin dal principio nell’opera di Mambor, che si è posta da sempre come un manuale per l’educazione della vista e un dispositivo in grado di trasformare le persone attraverso l’esperienza con la sua opera.

«Guardare una cosa – spiegava Mambor – è questione di accomodarla nel suo contesto abituale e di riconoscerla per quello che abbiamo imparato che è. Vederla è questione di inquadrarla in modo del tutto nuovo, del tutto fuori contesto».

La mostra, accompagnata da un catalogo di Maretti Editore, sarà visitabile fino al 15 luglio 2019.

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