La Vecchia Strina

Quando la Chiesa trasformò le dee romane belle e generose in streghe brutte e vecchie

Fino al primo cinquantennio del secolo scorso, in molti paesi siciliani, a portare i doni non era Babbo Natale che non si conosceva. Era la “Vecchia di Natale”, brutta, ma prodiga di doni. La “Vecchia di Natale” si chiamava anche Vecchia Strina ovvero Vecchia dei doni. In certi paesi giungeva il 25 dicembre, in altri il primo gennaio e in altri ancora il 6. Un’usanza che è retaggio della cultura di Romani che nell’Isola governarono quasi 600 anni, circa 200 a.C. e poco più di 400  dopo.

Il termine “strina” traduce l’italiano “strenna” che deriva da Strenia, o Stenia, dea sabina della salute pubblica, della fortuna e della potenza. Al tempo del regno di Romolo e del re sabino Tito Tazio (nel 700 a.C.), per le calende di gennaio era usanza scambiarsi fasci di rami verdi di alloro e di ulivo, provenienti dal bosco dedicato alla dea Strenia.

Il lauro, in seguito, fu presente anche nella cultura cristiana, dove le corone di alloro divennero segno di glorificazione dei martiri. Ai ramoscelli provenienti dal bosco della dèa Strenia, nel corso degli anni, si aggiunsero altri doni che i Romani usavano scambiarsi nei solstizi e, tutti, assunsero il nome di strenna. Secondo il calendario Giuliano il solstizio d’inverno cadeva il 25 dicembre. Per i contadini i giorni seguenti tale data assumevano molta importanza. Il sole, da quella data, cominciava a crescere, così come il loro desiderio di un buon raccolto.

Speranza che fino al Medioevo, pur nell’affermazione del Cristianesimo, trovava riscontro in ritualità pagane connesse ai culti propiziatori di fecondità della dèa Diana, divinità della luce lunare, protettrice dei boschi e della caccia. Era credenza che Diana, per dodici giorni, accompagnata da altre donne, sorvolasse nottetempo i campi per renderli fertili. Il suo volo si interrompeva la notte del 6 gennaio, che dagli antichi veniva detta la “Dodicesima notte”, poiché tanti erano i giorni che intercorrevano tra il 25 dicembre e il 6 gennaio.

La Chiesa mal sopportò il perpetrarsi di simili credenze e dichiarò le divinità mitologiche femminili, come Diana e Strenia, figlie del demonio, trasformando la loro identità da belle e giovani dèe dei doni, della fecondità, generosità, purezza e pace in streghe brutte e vecchie.

Ma le credenze popolari molto difficilmente possono essere soppresse, per cui le dèe conservarono, per il popolo, il loro cuore d’oro. Nella figura della “Vecchia di Natale”, alias “Vecchia strina” ed anche Befana, il dualismo tra il bene e il male è stato simbolizzato nell’aspetto terrificante, in contrasto con la bontà d’animo. Tuttavia anche la generosità, che rappresenta il concetto di “bene”, può trasformarsi nel suo opposto, infatti, ai bambini cattivi la “Vecchia”, tutt’oggi, non porta doni ma carbone nero. Nero come il peccato, nero come la notte che è buio e tenebre. A Ventimiglia di Sicilia esiste una grotta, nei pressi della montagna, il cui antico nome è  “Vecchia di Natale”.

Sara Favarò

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