“È presto ancora”: a Fabbrica 102 le illustrazioni su carta da parati di Valentina Lo Duca

2.jpgLe case di una volta erano spesso rivestite da carta da parati. Ricordo ancora quella dei miei nonni: era damascata. Le geometrie dorate sembravano voler imitare le raffinate fattezze della seta e brillavano al riflesso delle ormai desuete lampadine ad incandescenza. Tutt’oggi riesco a vedere quella carta spiccicata da un lato o dall’altro, sopraffatta dall’umidità delle pareti o annerita dalla polvere, messa a dura prova dall’usura del tempo. Ma del tempo, da bambini, non sapevamo niente, né conoscevamo la sua mano pesante con la quale sfiora il volto delle cose e delle vite e con una carezza lo invecchia, consumandolo.

Allora il tempo non esisteva, non aveva alcuna importanza. Non era mai tardi, da bambini, né si conosceva  il significato della parola tardi. Era sempre presto, piuttosto, era ancora presto per imparare tutte quelle cose che i grandi, a loro spese, avevano già imparato.

Era presto, ancora.

Ed é presto ancora perché un amante muta si desti dal suo silenzio impalpabile e risponda al richiamo di Elitis che, nelle pagine del suo splendido Monogramma, invita più volte, quasi ossessivamente, la sua donna amata, invisibile, ad ascoltarlo. Ed è un richiamo incessante quello del poeta, racchiuso in quel “μ΄άkοϋς”, “mi senti”, che nella parte centrale dell’opera raggiunge la cima del pathos, facendo del suo invito una litania, una travolgente preghiera:

È presto ancora in questo mondo, mi senti

I mostri non sono stati ancora domati, mi senti

Il mio sangue perduto e l’affilato, mi senti

Coltello

Come ariete corre nei cieli

E delle stelle spezza i rami, mi senti

[…]

Nell’acqua ad uno ad uno, mi senti

Conto i miei amari ciottoli, mi senti

[…]

Questo fiore della tempesta e, mi senti

Dell’amore

Una volta per sempre lo cogliemmo, mi senti

E non potrà più fiorire, mi senti

Non c’è la terra e neppure il vento

Lo stesso vento che toccammo, mi senti

E non un giardiniere che ci sia riuscito, mi senti

Da inverni e bore simili, mi senti

In mezzo al mare

Con la sola volontà dell’amore, mi senti

Alzammo intera tutta un’isola, mi senti

Con grotte, promontori in fiore

Senti, senti

Chi parla alle acqua e chi piange – senti?

Chi cerca l’altro, chi grida – senti?

Sono io che grido e io che piango, mi senti

[…]

Non è un caso, forse, che Valentina Lo Duca abbia scelto uno dei versi del poeta neogreco come nome di battesimo per le sue trasognanti illustrazioni. Perché è presto ancora anche per i soggetti che animano i preziosi oli su carta da parati dell’illustratrice: è presto perché una culla ritorni sulla terra ad accogliere l’agnellino; presto perché un cuore riprenda a battere come un tamburo obliato tra le acque; e sempre presto perché una fragile barchetta di carta abbandoni le insidie del mare e trovi riparo in un porto sicuro.

Ma, come scriveva il premio nobel per la poesia Odisseas Elitis, “è presto ancora in questo mondo”. Poiché nell‘altro mondo, contemplato dal pennello aggraziato di Valentina, è il Simbolo che palesandosi annulla le barriere del tempo e parla con la voce universale del Tempo, così incarnando i primordiali sentimenti di ogni uomo.

La realtà immaginaria della Nostra, infatti, non cede alla maschere della materia, al giudizio affrettato delle mani che possono constatare solo toccando e ci suggerisce la sua forza agitando i fondali del mare, o destando il vento che muove le cose e crea una tensione che travolge la Natura in toto e la invita a svegliarsi e a cambiare. È nel sogno – di cui il Simbolo è protagonista – che l’inammissibile può essere ammesso, l’inaccettabile accettato,  l’impossibile realizzato. E ancora, è nella fantasia dei bambini che il lupo parla, l’asino vola, l’elefante è rosa.

1Ciononostante, a uno sguardo più attento, tale ingenuità – irradiata nei colori accesi e nei soggetti infantili che ricorrono in ciascuna delle illustrazioni – rivela il suo altro volto: un senso di irrequietudine aleggia  sulle scene, suggerendo ora nel pacato silenzio di un bosco ora nel rombare sommesso dei fondali l’esistenza di qualcuno o di qualcosa che non ci è dato vedere, ma di cui riusciamo a intuire la presenza, probabilmente palesata in quelle due sedie sul punto di sparire tra gli abissi del mare, sotto la pancia del balenottero.

È forse in questo dialogo con l’invisibile che il lavoro della Lo Duca trova la sua corrispondenza più felice nel Monogramma di Elitis: in quel vuoto verso cui protendono i personaggi o a cui gli oggetti si lasciano andare, in quel silenzio contemplato come unica forma possibile di comunicazione con quanto è assente.

Eppure è quel silenzio, insinuato dalla luce tersa,  ad avvolgere al tempo stesso tutta una serie di immagini che danno corpo a quanto Mircea Eliade ebbe a definire “simbolismo dell’ascensione”: dagli alberi ai pali della luce o alla gazza, dalla casa “volante” alla culla che fluttua tra le stelle, ciascuna composizione sembra spezzarsi in due parti congruenti, separando l’alto dal basso, il sopra dal sotto, e svelando l’esigenza di innalzarsi, di spiccare il volo. Nell’immagine di un grande albero nudo, possente, al centro del dipinto, uguale nelle radici come nei rami, axis mundi per eccellenza, la linea di demarcazione tra cielo e terra si palesa, pur tuttavia sfumando, come se il cielo stesse scendendo sulla terra per abbracciarla.

La malinconia dell’assenza, dunque, trova la sua risoluzione nell’immaginazione di cui il simbolo si fa portavoce; così come il “mi senti” di Elitis, che non riceve risposta lungo i versi dell’opera, cerca la sua redenzione nell’atto creativo, riuscendo così a realizzare in un altro mondo in cui il tempo “è stato assolto per intero” quanto non era permesso in questo mondo, laddove è presto, ancora, presto per l’amore:

Ho visto molte cose e la terra più bella appare nella mia mente

[…]

Così ti ho visto e mi basta:

Il tempo è stato assolto intero

Nel solco che il tuo passaggio lascia 

Perché come delfino inesperto la mia anima

Segua giocando con il bianco e l’azzurro

[…]

Vittoria, vittoria dove sono stato vinto

Prima dell’amore e con l’amore

Vai, vai anche se mi sono perso

Solo, anche se il sole che tieni in braccio è un neonato

[…]

Solo, il vento forte e solo, il ciottolo 

Tutto tondo nello sbattere di palpebre degli oscuri fondali

Il pescatore che tirò su e di nuovo gettò indietro nel tempo il Paradiso!

E sono il bianco e l’azzurro, più spesso nella tonalità del blu intenso, i colori coi quali Valentina Lo Duca dipinge il suo Paradiso profano, che ciononostante non cela la sacralità di un altro dove in cui tutto è possibile e il richiamo della Natura può ricevere, finalmente, una parola di conforto dall’invisibile e invocato interlocutore; un mondo altro in cui persino la terra è lasciata all’infinito e atemporale oro della carta da parati e l’acqua accoglie e purifica gli oggetti e gli animali che ospita come fosse un grembo materno; il sogno di un bambino in cui la purezza di un piccolo agnello immerso in una notte piena di stelle sembra rievocare, fosse anche da lontano, il desiderio di immortalità espresso dai primi mosaici paleocristiani.

Le illustrazioni di Valentina Lo Duca verranno inaugurate al pubblico alle 19 di mercoledì 29 giugno presso lo spazio espositivo di Fabbrica 102, in via Monteleone 32. La mostra sarà poi visitabile tutti i giorni, eccetto il martedì, fino all’11 luglio.

Benedetto Galifi

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